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Alessitimia: quando è difficile capire e parlare di emozioni – Psicoterapia

Una delle prime domande che di solito si fa ai pazienti è cosa prova in determinate occasioni oppure come si sente in quello specifico momento, magari proprio mentre sta parlando con noi. La risposta tipica è bene o male.

 

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Potremmo procedere con tutte le formule che i pazienti utilizzano per rispondere alla domanda.

Possono riferire il disagio, la stranezza, la confusione, il fastidio.

Ancora… sensazione di malessere, di disturbo, più frequente un vago “Non lo so” con espressione perplessa.

Alessitimia: le emozioni, queste sconosciute

Uno dei modi per aiutare il paziente alessitimico è intercettare in tempo reale quello che sta provando in seduta con noi. In questo modo potremmo ottenere varie cose: notare la vastità delle emozioni, anche proprio a livello semantico e come esse si esprimono attraverso il corpo; ragionandoci insieme il paziente noterà che l’altro le può osservare in quanto si esplicano attraverso una serie di segnali non verbali e paraverbali.

A tal scopo è molto utile avvisare il nostro cliente che forse in quel momento sta provando una emozione ed aiutarlo ad indentificarla spiegandogli che l’abbiamo notato grazie ad una serie di indicatori come la postura, l’espressione, il tono della voce. Ed inoltre potremmo esaminare insieme a lui la fenomenologia: in che momento è apparsa l’emozione? Come si è espressa? C’è stato un picco ed eventualmente è andata via? Come è stata regolata? Si è intensificata o trasformata in altro? Quindi il nostro studio diventa una sorta di palestra nella quale il paziente può, a volte per la prima volta, scoprire cosa si nasconde dietro quel disagio o quel fastidio. Dietro quel “sto bene, sto male”.

Dall’alessitimia alla regolazione passando per la relazione terapeutica

Intrinsecamente al costrutto dell’alessitimia, inteso come un problema nella identificazione delle emozioni, ritroviamo la difficoltà a modularle e regolarle. Jurist, nel suo recentissimo testo, Tenere a mente le emozioni. La mentalizzazione in psicoterapia, distingue l’ alessitimia come un problema specifico di identificazione dalle “emozioni aporetiche” per riferirsi a quelle poco chiare o confuse, vaghe, che ci segnalano che c’è qualcosa di attivo dentro di noi ma che non ci permettono di afferrarle con precisione. L’etimologia della parola (“a=senza” e “poros= accesso”) indica, infatti, l’impossibilità ad accedere alla conoscenza esplicita senza, però, renderlo impossibile. Secondo l’autore oltrepassare le emozioni aporetiche è possibile attraverso la mentalizzazione (Fonagy, Allison, 2014) e, per fare questo, il territorio migliore è lo studio della psicoterapia. Identificazione e regolazione sono abilità ed in tal senso possono essere apprese, sviluppate e allenate.

Messaggio pubblicitario Prima di tutto aiutiamo il paziente ad etichettare le emozioni, proprio a livello semantico; anche se può sembrare buffo, spesso non sappiamo dire cosa proviamo perché semplicemente non ne conosciamo il nome. Immaginate di mangiare e non sapere che quella cosa lì è riso e che quella cosa verde è un asparago! Sapere che quello che proviamo si chiama gioia piuttosto che vergogna o disgusto arricchisce la conoscenza di noi stessi, specifica l’identità ed è utile in termini di sopravvivenza, evitando la confusione e l’opacità emotiva. Un’altra funzione che ruota intorno alla conoscenza delle emozioni è quella comunicativa: nell’incontro con l’altro poter essere perfettamente consapevoli di quello che si prova facilita lo scambio, avvicina, crea condivisione. Non per ultimo favorisce il rispecchiamento e capiamo bene quanto questo sia fondamentale nell’ottica della relazione terapeutica. In tal senso, favorendo curiosità verso il proprio mondo emotivo, veniamo catapultati in un processo di apprendimento e di crescita. A sua volta la conoscenza di quello che proviamo e di come esso si esprime, sottoforma di pensieri, comportamenti o sensazioni fisiche, è alla base della regolazione: è molto più semplice modulare un qualcosa che conosciamo piuttosto che qualcosa di ignoto. Secondo Jurist, infatti, l’espressione dell’emozione è mediata dalla modulazione che a sua volta è legata alla capacità di identificarla; questi tre momenti fanno capo alla capacità di agency che parte dalla identificazione e si realizza nella modulazione e nell’espressione. L’autore chiama questo processo “affettività mentalizzata” e si può realizzare nella figura del terapeuta come colui che mentalizza al posto del paziente quando egli non ne ha le capacità, restituendogli una lettura delle sue emozioni.

Non è semplice lavorare con il paziente alessitimico, spesso ci sentiamo scoraggiati e frustrati nel ricevere risposte vaghe ed incerte. Ma cerchiamo di non fare anche noi questo errore: capiamo bene cosa c’è dietro quel nostro fastidio, trasformiamolo in una precisa etichetta emotiva. Insomma, non facciamo anche noi gli alessitimici!

Consigliato dalla redazione Tenere a mente le emozioni. La mentalizzazione in psicoterapia (2018) – Recensione del libro

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