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Appunti su Free Solo, contro la perfezione

Per più di dieci anni, dai quattordici ai ventisei, ho vissuto con mia madre in un appartamento all’ottavo piano, dal cui balcone non riuscivo ad affacciarmi senza che mi tremassero le gambe. Ancora oggi preferisco non salire in cima a una scala, o affacciarmi alle finestre troppo alte. Mi sudava la schiena lo scorso inverno mentre camminavo mano nella mano con mia moglie sulle falesie di Étretat, in Normandia. Potrete immaginare, quindi, con quale ammirazione mi sono messo a guardare Free Solo, il documentario su un uomo capace di scalare a mani nude e senza corde di sicurezza una parete di granito alta 900 metri. Che tipo di essere umano può essere quello in grado di compiere un’impresa così estrema? Che sicurezza interiore, fiducia nei propri mezzi e coraggio ci vogliono per sfidare gli elementi naturali mettendo spontaneamente in gioco la propria vita?

 

Come potrete immaginare non ne so molto di arrampicata (mentre chi ne scrive di solito è parte della comunità), ma ci sono alcune cose che persino io ho capito rendono speciali gli eventi alla base del documentario. Anzitutto, “free solo” è il tipo di arrampicata solitaria che non prevede nessun tipo di strumento, da non confondere con la “scalata libera” (in cui non si usano aiuti per salire ma solo corde di sicurezza) e il “bouldering” (in cui si sale su dei massi senza corde ma fino a un’altezza non letale, con sotto dei materassini). La differenza tra il free solo e le altre forme, in sostanza, è il rischio di morire.

 

Alex Honnold, il protagonista di Free Solo, era già considerato il miglior free soloist al mondo (anche perché gran parte della concorrenza è morta), ma El Capitan era considerato troppo persino per lui. Nessuno aveva mai scalato senza protezioni quel monolite nero nella valle dello Yosemite e anzi solo i migliori tra i professionisti sono in grado di salire le vie più difficili, e in più giorni. «El Cap è il muro più impressionante al mondo», dice Alex Honnold sui titoli di apertura del documentario. Alex Honnold ci ha messo meno di quattro ore, partendo prima dell’alba e arrivando in cima più o meno all’ora di colazione. È salito per una via chiamata Freerider, di livello 5.12d se vi può interessare, che probabilmente è la più difficile tra quelle lunghe mai scalate in free solo.

 

 

L’aspetto superomistico è parte delle motivazioni di Honnold e quindi dell’interesse di Free Solo (disponibile sul canale del National Geographic), che credo abbia vinto l’Oscar come miglior documentario non solo perché si tratta di un ottimo prodotto audiovisivo, con alcune immagini spettacolari che anche su uno spettatore generalista come me hanno un impatto emotivo molto forte, ma anche per l’importanza che riserviamo nella nostra cultura a tutto ciò che è limite, estremo, inimitabile.

 

Per capirci bisogna tenere presente che in montagna i record riguardano la velocità o le “prime ascensioni”, quando cioè uno scalatore per primo riesce ad arrivare in vetta di una montagna, o ad arrivarci con un nuova via. In questo caso, invece, Alex Honnold è stato il primo a fare una cosa che nessun altro aveva mai provato a fare perché lo considerava troppo pericoloso, non solo perché troppo difficile. Persino all’interno della comunità degli scalatori professionisti, in cui comunque un minimo di rischio è corso da tutti e gli incidenti mortali capitano anche a chi prende tutte le precauzioni, chi pratica free solo occupa uno spazio a parte, leggermente separato da tutti quelli che decidono di non mettere deliberatamente in pericolo la propria vita.

 

Anzi non è raro imbattersi in pezzi critici, che vanno al di là dell’esaltazione delle capacità di Honnold e che si interrogano sulla legittimità del free solo. Anche gli sponsor negli ultimi anni stanno riflettendo se finanziare free soloists (o base jumpers, se è per questo) non equivalga a spingerli verso progetti sempre più estremi e, in fin dei conti, verso il suicidio. Ma a me non interessa prendere una posizione di questo tipo, quanto piuttosto notare che se ogni impresa unica tira in ballo la personalità di chi la compie (ci fa chiedere chi è, non solo cosa fare), chi decide di scalare una montagna da solo, senza corde, rinvii e imbracature, si sta distinguendo dal resto dell’umanità. Quindi, più precisamente, la domanda a cui Free Solo tenta di rispondere è: cosa rende Alex Honnold diverso da qualsiasi altra persona al mondo?

 

 

Alex Honnold è un santo devoto all’arrampicata che vive con il minimo indispensabile e punisce il suo corpo con allenamenti usuranti. Dorme in un camper da più di dieci anni, è vegano e mangia direttamente dalla padella, portandosi una spatola alla bocca (dettaglio che ha fatto presa sull’immaginario pop americano al punto che oggi in vendita c’è una sua spatola firmata). Anche se non gli dispiace finire sulle copertine delle riviste di settore, o che si stia girando un documentario sulla sua straordinarietà, guadagna a suo dire quanto un dentista e, dato che è comunque troppo per i suoi costumi sacerdotali, un terzo dei suoi guadagni finiscono alla Honnold Foundation (con cui promuove l’utilizzo dell’energia solare per ridurre le ineguaglianze nel mondo). «Ma hai la stessa maglietta in metà delle foto», gli dice la sua ragazza, Sanni, sfogliando la parte centrale del suo libro. «Lo so», risponde lui.

 

Anche della sua ragazza parla come se si trattasse di qualcosa di superfluo, di un animale domestico, di un peccato veniale sulla via della santità: «È carina e piccola, porta un po’ di vita nell’ambiente, non prende molto spazio. Voglio dire, migliora la mia vita sotto ogni aspetto». Dopo che si infortuna mette in questione il loro rapporto: «Mi dicevo: mh, non fa bene alla mia arrampicata». Lei è costretta a convincerlo a non lasciarla: «Credo che puoi avere entrambe le cose: una ragazza fissa e la scalata». (Della sua freddezza con Sanni parlerò anche più avanti, perché è davvero significativa, per adesso accontentatevi di questa brezza invernale).

 

Quando non si arrampica pensa ad arrampicarsi, ripete a memoria la sequenza di movimenti con cui deve salire come un bambino in piedi sulla sedia per declamare la poesia di Natale (anche nelle scene in cui è a torso nudo Alex Honnold sembra un bambino con addosso una di quelle magliette a cui hanno disegnato gli addominali); oppure si tiene appeso alla portiera del camper, con le gambe rannicchiate e il peso di tutto il corpo sulla punta delle dita. Riempie un diario di appunti sulle mosse da eseguire, con una scrittura minuta vagamente aliena. «Ci scrivi mai cose tipo: Mi manca il mio cane?», gli chiede a un certo punto Tommy Caldwell, altra leggenda dell’arrampicata con cui Honnold si allena e dorme in rifugio. «No». Caldwell è il mito di gioventù di Honnold, che dice che se avesse avuto dei poster in cameretta – perché lui non è il tipo che mette dei poster in cameretta – ci sarebbe stato anche il suo. Caldwell dà anche la migliore definizione di quello che ha in mente Honnold in Free Solo: «Immaginate un’impresa atletica al livello di una medaglia d’oro olimpica, ma che se non vinci la medaglia d’oro muori».

 

 

C’è qualcosa di primordiale in un uomo che si arrampica a mani nude sulla roccia, ma una cosa del genere non si può neanche improvvisare. In un Ted Talk Alex Honnold ha detto di aver improvvisato durante l’altro suo grande free solo, di non aver pensato prima a ogni dettaglio quando nel 2008 ha salito Half Dome (un altro blocco di granito nello Yosemite, di cui qualche anno dopo ha stabilito anche il record di velocità in arrampicata libera), e di non essersi trovato bene.

 

Non può eliminare del tutto il rischio, anzi la possibilità che cada e muoia è centrale alla sua attività, per questo la sua preparazione è tesa a ridurlo quasi a zero. Lui lo chiama: «Allargare la zona di comfort». Calarsi dall’alto per provare e riprovare le mosse e i passaggi più difficili fino ad averli a noia, fino ad essere sicuro che lo può fare senza sbagliare, spolverare con lo spazzolino la roccia per pulire eventuali appigli di pochi millimetri. Lavorare fino a trasformare lo spaventoso in familiare, de-perturbare El Cap, per così dire. Oppure, per usare parole sue: «Lavoro nella paura, finché non è più una cosa spaventosa».

 

Un anno prima di riuscirci, nel 2016, ha fatto un tentativo a vuoto di free solo su El Capitan: dopo un’ora di scalata si è chiamato fuori (chissà che avrebbe fatto se fosse stato davvero solo, come sarebbe tornato indietro se non ci fosse stata la troupe di Free Solo ad aiutarlo). Quando poi ce l’ha fatta ha detto di essersi sentito «a mio agio come durante una passeggiata nel parco, che è quello che faceva la maggior parte delle persone nello Yosemite quel giorno».

 

 

Il metodo di Alex Honnold consiste nel ridurre progressivamente il margine di errore, fino ad eliminarlo del tutto dalla sua performance. Anche perché se avesse compiuto un solo errore sarebbe morto e Free Solo non è il documentario sulla morte di uno scalatore – se lo fosse stato 1) lo avrei senz’altro saputo prima di mettermi a guardarlo e 2) sarebbe stato un documentario di Werner Herzog. Eppure mentre guardiamo Free Solo non possiamo fare a meno di provare una specie di tensione fredda, che non è la suspense che infesta i film horror, quanto piuttosto il tipo di paura che si prova a sentire le storie di sopravvissuti. L’effetto che ha su di noi Free Solo è al tempo stesso consolatorio (perché, appunto, Honnold sopravvive) e vagamente minaccioso, ricattatorio (perché se ci fossimo noi al posto suo saremmo morti di sicuro e, inoltre, chi ci dice che Honnold non morirà la prossima volta?), e secondo me è simile a quello a cui aspira Honnold stesso.

 

Tutti gli scalatori, al netto degli sforzi brutali che compiono, con dei corpi che sono la versione scavata, spigolosa, cubista, dell’ideale classico di bellezza virile, riescono a farla sembrare una cosa naturale. Anche se sappiamo benissimo che non lo è, che l’uomo non è fatto per salire in verticale le pareti di roccia, tanto quanto non è fatto per volare. L’obiettivo è quello di diventare tutt’uno con la montagna, trasformarsi in uomini-insetto in lotta e al tempo stesso in armonia con la materia fredda e muta, e nelle foto che li ritraggono in azione, spesso con un punto di vista che renda conto della loro piccolezza rispetto al paesaggio, ci riescono. Quando poi si passa dal macro al micro, proprio come nei documentari sugli insetti, si apre il canale della grazia, diventano dei danzatori che eseguono una coreografia al rallentatore, aderendo alla montagna con pochi millimetri di suola, con i polpastrelli incollati a protuberanze di pochi millimetri.

 

 

Ma Alex Honnold va oltre la naturalezza e la grazia, le sostituisce con la programmazione e una tecnica infallibile, almeno fino a prova contraria. «Ascolta, neanche io voglio cadere nel vuoto e morire», dice a un certo punto. Ed è sinceramente stupito, forse addirittura infastidito quando le persone intorno a lui cercano di fargli capire che non vogliono vederlo morire. Anche se, come gli dice Caldwell a un certo punto: «Tutte le persone che hanno fatto del free solo una parte importante della loro vita, oggi sono morte» (segue un lungo elenco di celebrità del free solo oggi morte).

 

Da un certo punto in poi, il mistero di Free Solo non è più chi è Alex Honnold, ma perché sta facendo quello che sta facendo. Se volete, il mistero diventa El Capitan, un dente di roccia quasi del tutto liscio che ha ossessionato moltissimi scalatori prima di Honnold e che a me ha ricordato le pietre che nel quadro simbolista di Arnold Böcklin, L’Isola dei morti, circondano i cipressi al centro.

 

 

El Capitan, chiamato così da un battaglione americano a metà ottocento, una traduzione spagnola del nome che gli avevano dato i nativi che vivevano nella valle, sembra il retro della tela di Böcklin, il punto di vista opposto. Böcklin ha dipinto cinque versioni diverse per tonalità dell’Isola dei morti, di cui una diventata proprietà di Aldof Hitler. Esiste anche una foto del quadro con Hitler davanti, insieme a Molotov e Ribbentrop, scattata il giorno in cui Germania e Russia hanno firmato il patto di non aggressione. Lenin, D’Annunzio e Freud, ne avevano una copia, mentre Strindberg l’ha usata come sfondo per il dramma La sonata degli spettri.

 

Anche se dubito che Alex Honnold abbia mai visto il quadro di Böcklin, mi sembra in El Capitan in qualche modo riecheggi lo stesso tipo di magnetismo oscuro dell’Isola dei Morti. Non significa nulla, ma El Capitan ha anche ispirato il dodicesimo sistema operativo Apple e una foto della montagna faceva da sfondo ai Mac di quella generazione, compreso quello che vediamo usare a Honnold. (Confesso di essere caduto vittima anche io del fascino di El Capitan e di essermi ritrovato a scaricare foto in una cartella dedicata: preferisco quelle con più contrasto, in cui lo spigolo centrale – The Nose – sembra una lama che sbuca da terra a quelle in cui la luce romantica del tramonto o dell’alba ne addolcisce i contorni).

 

 

Free Solo lascia intendere che forse la maniacalità del suo protagonista, la sua capacità di concentrarsi sugli obiettivi escludendo tutto quello che ha intorno, quello che lo rende speciale, insomma, in realtà potrebbe essere una mancanza. A un certo punto lo vediamo fare una risonanza magnetica al cervello per vedere se c’è qualcosa di anomalo, e in effetti qualcosa di anomalo c’è. «La tua amigdala funziona, è solo che ti ci vuole uno stimolo molto più grande», gli spiega una dottoressa. «Cose che normalmente sono stimolanti per la maggior parte delle persone non lo sono per te». Alex pensa che magari la sua amigdala «è stanca, per via dei troppi anni sotto pressione». Pensa, cioè, di aver consumato la sua capacità di provare paura (e molte altre cose, anche se non è qui che approfondirò le mille ragioni per cui è comunque meglio avere un’amigdala perfettamente funzionante). Per quanto interessante, la risposta materiale, biologica, è per forza di cose parziale e insufficiente.

 

Anche la risposta biografica di Free Solo è un tiro corto, che non arriva a canestro. Anche se c’è qualcosa di effettivamente infantile in Alex Honnold e non è escluso che ci sia malinconia nei suoi ricordi di infanzia, quando dice che il padre, ossessivo come lui, secondo la madre addirittura autistico, «non parlava di niente». La madre che, dice sempre lui, era una perfezionista per cui qualsiasi cosa facesse non era mai abbastanza buona. Honnold racconta che da piccolo preferiva arrampicarsi da solo, all’esterno, pur di non dover parlare con degli sconosciuti in palestra; che nella sua famiglia non si usava la parola “amore” (usa la perifrasi “The L-world”, come fosse una parolaccia) e nessuno lo abbracciava. Che ha dovuto imparare ad abbracciare. La solitudine può essere una buona ragione per dedicare la propria vita, e forse la propria morte, alla scalata? L’ossessione per El Capitan è il pieno che riempie il vuoto dentro il piccolo Alex? Free Solo ci fa capire che c’è qualcosa che non va, ma non può andare a fondo. Un documentario forse non è lo strumento critico più adatto (soprattutto, ripeto, perché non è un documentario di Werner Herzog).

 

La risposta che dà Alex Honnold al mistero dietro Free Solo è contraddittoria, e cioè che non c’è nessun mistero, che con la giusta programmazione, e un allenamento ossessivo quanto il suo quasi chiunque potrebbe farlo. In realtà il fatto che Alex Honnold non sia uno sbruffone senza consapevolezza dei propri limiti e che neghi nel silenzio che quello che sta facendo è terrificante, be’, è ancora più terrificante. Così facendo si direbbe, anzi, che per lui il punto sia solo ed esclusivamente restare in vita, o meglio non uccidersi. Che il suo scopo sia arrivare in cima solo per poter guardare in basso e gridare, o pensare, “Sono ancora vivo”.

 

E non è un’impressione solo mia se persino lo scrittore che deve coprire la storia per National Geographic (pubblicata nel numero di marzo 2019), e che lo conosce personalmente, dopo il primo tentativo andato a vuoto tira un sospiro di sollievo: «Grazie a dio, penso. Alex vivrà». Sembra che Honnold lo faccia per ricordarsi di essere vivo, che debba avvicinarsi il più possibile all’oblio per farlo, a quel vuoto che ti risucchia e da cui, oltre un certo punto, non puoi tornare indietro – ho letto che cadendo dalla cima di El Cap ci si possono mettere anche 14 secondi prima di toccare terra, un tempo sufficiente per rimpiangere le proprie scelte.

 

 

Può essere interessante a questo punto confrontare Alex Honnold con Tommy Caldwell, che come detto compare in Free Solo ma che è anche protagonista di un altro documentario, The Dawn Wall (lo trovate su Netflix), uscito una decina di giorni prima di Free Solo negli Usa. La differenza principale tra i due documentari, che hanno una struttura simile, è che Caldwell è una persona vera mentre Honnold sembrerebbe di no.

 

Quando aveva ancora una ventina d’anni Caldwell è stato rapito insieme alla fidanzata e a due amici mentre scalava in Kirghizistan, per liberarsi ha colto l’unico momento in cui li hanno lasciati soli con una guardia, per gettarlo a valle, nel precipizio. L’idea di aver ucciso un uomo (che poi, invece, si scoprirà essere sopravvissuto) lo tortura, così si dedica ad obiettivi sempre più nobili e non si ferma neanche quando si taglia un dito con la sega circolare. Senza l’indice della mano sinistra apre cinque nuove vie su El Capitan, poi la moglie lo lascia e lui decide di scalare per primo il Dawn Wall, come progetto dichiaratamente autodistruttivo, apparentemente impossibile.

 

Caldwell deve leggere nei rilievi della montagna e tracciare una strada come se dovesse uscire da un labirinto, unendo punti magari lontani con pezzi a prima vista lisci di roccia. Deve far parlare la roccia nuda, scontrandosi continuamente con la possibilità che quello che sta provando a fare magari è davvero impossibile, con il pensiero che magari quella strada che sta cercando non esiste. Dopo quanti tentativi la perserveranza diventa stupida ossessione? E invece nel portarlo a termine (ci ha messo otto anni) ha trovato un compagno di scalata fedele, si è risposato e ad abbracciarlo in cima a El Cap ci ha trovato il suo primo figlio.

 

Quello che non dice The Dawn Wall è che prima di decidere di dedicarsi a questo progetto Caldwell aveva pensato di provare a salire El Cap in free solo: «Se fossi caduto, almeno il dolore sarebbe svanito». Tommy Caldwell forse cercava una specie di redenzione, dai sensi di colpa per l’omicidio che pensava di aver commesso, dalla storia d’amore finita, e probabilmente l’ha trovata.

 

La distanza emotiva che separa Tommy Caldwell e Alex Honnold è maggiore di quella che separa chi sta ai piedi di El Capitan e chi sta in cima. In una scena sinceramente toccante di The Dawn Wall Caldwell è quasi arrivato in cima, ma il suo compagno, Kevin Jorgenson (sorprendente simile a Rafa Nadal, altro sportivo ossessivo), è rimasto bloccato a qualche tiro di fune di distanza e di fatto ha deciso di rinunciare. Dopo due settimane e mezzo in cui hanno vissuto appesi alla facciata che per prima viene illuminata dal sole di El Capitan, Caldwell sente che non sarebbe lo stesso, per lui, se arrivasse in cima da solo. Così convince Jorgensen a tornare indietro e lo sprona finché non supera il proprio limite. La mattina in cui devono fare gli ultimi metri si godono l’alba nella tenda, pensano che tutto sommato potrebbero restare ancora un po’ lì a godersi il paesaggio.

 

Nella scena più toccante di Free Solo invece Alex Honnold parla con Sanni, la sua fidanzata, sconvolta dalla morte del famoso scalatore Ueli Steck, mentre scalava l’Everest. Sanni si immedesima nella moglie di Ueli Steck e Alex non trova di meglio da dire che: «Be’ ma cosa si aspettava?». In un altro momento Honnold ricorda di aver avuto conversazioni simili con altre ragazze, a cui rispondeva: «Troverai qualcun altro, non è un dramma».

 

Ovviamente per un anaffettivo è una questione razionale, di priorità. Alex dice che per Sanni lo scopo della vita è «la felicità. Stare con le persone che ti fanno bene e passare dei bei momenti». Per lui, invece, sta tutto «nella performance», perché «chiunque può essere felice e comodo, e non puoi fare niente di buono con la felicità e la comodità». Più avanti paragona la mentalità del free soloist a quella di un guerriero. Insomma, ci siamo capiti.

 

 

Alla fine la parabola di Alex Honnold sembra fatta della stessa sostanza di qualsiasi altra storia di sport del ventunesimo secolo, quello stesso miscuglio di luoghi comuni pseudo-motivazionali che temo rappresentino meglio di ogni altra storia lo spirito dei tempi in cui è stato prodotto Free Solo, di quella cultura che lo ha premiato con l’Oscar. Per aderire alle asperità della montagna Alex Honnold pensa di dover essere una macchina priva di emozioni. «Senti, neanch’io voglio cadere nel vuoto e morire», dice a certo punto. «Ma è soddisfacente sfidare se stessi e fare qualcosa di buono. E questa sensazione è accresciuta dalla consapevolezza che stai rischiando la morte. Non puoi commettere nessun errore. Se stai cercando la perfezione, il free solo è la cosa che ci si avvicina di più. Ti fa sentire bene essere perfetto, anche solo per un momento». E cosa c’è di più violento di una cultura che come come unica alternativa all’eccellenza ti propone la morte? Alex Honnold sembra il compositore Leverkühn, il protagonista del Doctor Faust di Thomas Mann, che in cambio dell’eccellenza dà al diavolo la propria anima, la capacità di provare sentimenti. Quella di Alex Honnold sembra una metafora sull’ideale a cui la nostra società aspira, l’ideale in cui se sbagli sparisci nel nulla.

 

Ecco forse la vera domanda che solleva Free Solo non riguarda Alex Honnold ma la cultura capitalista occidentale. In fondo è almeno dai tempi in cui Patrick de Gayardon pubblicizzava una marca di orologi volando con la tuta alare nel Grand Canyon, ovviamente finché non è morto provando la tuta alare, che celebriamo questa idea estrema di eccellenza. Un’idea di grandiosità umana fuori scala, che ci mette a confronto direttamente con le più grandi opere della natura. Forse un saggio non è il miglior strumento per criticare un documentario biografico, ma c’è qualcosa che mi fa pensare che Alex Honnold sia il tipo di avventuriero che rappresenta meglio la nostra mentalità. E allora più che il Doctor Faust mi viene in mente Ulisse, che Dante mette nel suo Inferno per aver sfidato i limiti umani, superando le Colonne d’Ercole con le sue navi. Ma Ulisse lo ha fatto per desiderio di conoscenza, per sapere cosa c’era oltre il confine, Alex Honnold è l’eroe per una società che non ha niente di nuovo da scoprire e che non può far altro che fissare la morte negli occhi.

 

 

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