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Cammino di Santiago: gli ultimi 120 km

Il fascino di questo percorso storico, religioso e culturale, che partendo dalla Francia attraversa i Pirenei e le regioni del Nord della Spagna (Navarra, La Rioja, Castilla y Leon e Galizia) per arrivare alla Cattedrale di Santiago di Compostela, richiama persone da ogni parte del Mondo.

Questo è il racconto di un viaggio vissuto in prima persona, lungo il Cammino e dentro se stessi…

Il successo di questo itinerario, in ogni caso, non risiede nella meraviglia dei paesaggi che attraversa, trascendendo dal “materiale” per trovare la propria essenza nella spiritualità (religiosa o laica, non ha importanza) di coloro che decidono di intraprenderlo e che è tangibile lungo tutto il percorso.

Questo è ciò che distingue il Cammino da qualsiasi altro sentiero. Per questo, credo che esistano tanti cammini di Santiago quanti sono i pellegrini che lo hanno attraversato.

Anche il mio Cammino è una storia, che nasce dal bisogno di partire, lasciando – come direbbe Cremonini – “tutto indietro e andare”, e dall’urgenza di mettere distanza – anche fisica – da luoghi e situazioni per me divenuti insostenibili.

Un bisogno forte, a tal punto da vincere sulla consapevolezza di essere inadatti a quello che si sta per affrontare, per niente attrezzati e fisicamente impreparati. La mia idea di Cammino, come quella di tantissimi, se non tutti, i “pelegrinos” nasce da un’esigenza emotiva ed interiore che diventa determinazione.

Il mio Cammino di Santiago nasce così: improvvisamente, ed è incredibile la potenza con cui certi pensieri – apparentemente folli ma in fondo salvifici – si palesano e diventano realtà.

Ho prenotato i voli solo qualche giorno prima della partenza, senza avere nulla di quello che mi sarebbe servito. Non essendo particolarmente sportiva e non avendo mai dormito in tenda o in campeggio, dopo aver stampato da internet una lista del “nécessaire”, sono corsa in un negozio di articoli sportivi, in cui per l’occasione sono entrata per la prima volta, ed è stata la prima di tante altre “prime volte” di questo Viaggio.

Ogni guida o breve articolo sul Cammino che si possa trovare on-line o in libreria consiglia di portare con sé il minimo indispensabile, l’essenziale.

Uno di tutto: scarpe comode, una felpa, un k-way, una mantella in grado di coprire interamente lo zaino in caso di pioggia. Occhiali da sole, cappellino, crema solare. Sacco a pelo o sacco-lenzuolo e asciugamano, un pezzo di sapone per lavare i vestiti.

C’è chi, esperto o temerario che si voglia considerare, parte con un cambio solo.

Il motivo è semplice: tutto quello che viene con noi, viaggerà sulle nostre spalle (quindi meglio pensarci bene). Posso confermare che, pur essendo partita con poco, partirei con ancora meno.

Ci sono poi quei “carichi” che difficilmente si riescono a lasciare a casa: io ho portato con me la paura di fallire in questa sfida con me stessa e di non riuscire a percorrere interamente a piedi i 120 km in cinque giorni che dal paese di Sarrìa conducono alla cattedrale di Santiago, seppur forte delle mie motivazioni e con tanta voglia di farcela (senza “barare”, e quindi senza ricorrere al taxi o al servizio “Paq Mochila” delle Poste che consente di trasferire lo zaino da un ostello all’altro).

Ciò nonostante i quasi sette kg di zaino, al quale non ero e non sono assolutamente abituata. Il peso massimo dello zaino suggerito ai pellegrini è pari ad un decimo del proprio peso, tuttavia – considerati i miei 50 kg scarsi e nonostante l’impegno – non sono riuscita ad applicare questa preziosa regola.

In fondo, ho la certezza che chiunque parta per il Cammino porti con sé pesi ben più significativi di quelli che si trascina sulle spalle. I miei, in particolare, si chiamano rabbia, delusione, stanchezza e confusione. La sfida è trasformare queste zavorre in energia.


Comincia il viaggio

Così sono partita per Santiago de Compostela da Milano, via Madrid, ed in macchina (un taxi condiviso con altri pellegrini) mi sono trasferita a Sarrìa, da dove – dopo la prima notte in ostello – ho cominciato questa avventura con me stessa e contro i miei limiti. È la prima volta che viaggio da sola.

Dopo un piccolo spuntino presso il bar dell’ostello (dove scopro sin da subito l’onestà dei prezzi della Galizia) mi concedo una passeggiata per la cittadina. Per le strade della vecchia Sarrìa, quella delle modeste case in pietra che circondano la piccola chiesa, incontro i primi pellegrini che arrivano al paese dopo uno o più giorni di Cammino.

Molti hanno cerotti e fasciature ai piedi, quasi tutti camminano con evidente fatica.

La prospettiva per i giorni che mi attendono non mi pare consolante, tuttavia gli sguardi che incrocio – nonostante la stanchezza – sono pieni di gioia e soddisfazione. In un piccolo negozio del centro acquisto una “concha”, la conchiglia simbolo del Cammino, che lego al mio zaino e mi sento finalmente pronta a partire.

Da subito, imparo che il Cammino è fatto di solidarietà e condivisione.

Ognuno parte con il suo perché, nessuno è lì senza un motivo.

Per questo tutti si salutano e si rispettano, per questo tutti lungo la strada si augurano un “buen camino”. È un saluto universale che lega i cuori che si incontrano su questa terra. Nessuno sa cosa spinga esattamente ciascuno ad affrontare questo viaggio, ma tutti sanno che dentro ad ogni pellegrino c’è un motore accesso che lo spinge e lo guida.


Da da Sarria a Portomarin

Il primo giorno parto per le otto. Ho davanti 25 km, sino a Portomarin. Appena fuori paese si apre la campagna galiziana, fatta di muretti a secco, girasoli, ortensie, infiniti campi di grano e nuvole sparse.

Mentre mi guardo intorno con curiosità, penso che le colline che circondano il Cammino sono la cornice perfetta di un viaggio che non è fatto semplicemente di luoghi e natura da scoprire. È il viaggio più intimo e vero che facciamo con noi e per noi.

Per questo, forse, il paesaggio monotono e discreto della campagna è il compagno ideale dei “caminantes”, lasciando lo spazio ed il silenzio che servono per poter parlare a noi stessi.

È chiaro che il Cammino non possa essere considerato come un semplice percorso di trekking (e dubito che coloro che lo percorrono “per sport” ne riescano a cogliere davvero l’essenza). Qui non ci sono vette da raggiungere, né panorami mozzafiato a ripagare della fatica spesa.

Più che una impervia strada che sale, il Cammino è un sentiero che scende – non senza far male – nel profondo di noi.

La prima tappa termina come previsto a Portomarin, un piccolo comune che si trova sulle sponde del fiume Mino, il cui simbolo è la chiesa in stile romanico di San Nicola, affacciata sulla piazza principale.

In ostello constato con soddisfazione di non avere vesciche, ma mi accorgo di patire il punto in cui lo zaino scarica il suo peso, in corrispondenza del quale intravedo un livido. Ho speso 25 euro in cerotti prima di partire, ma non ho pensato ad acquistare qualcosa per la mia povera schiena.

Il riposo e la cura del corpo sono fondamentali per affrontare il cammino, motivo per il quale dopo una doccia rigenerante mi sistemo e mi addormento presto.


Da Portomarin a Palas de Rei

Il secondo giorno la mia destinazione si trova a 24 km, ed è Palas de Rei. Al momento della partenza, alle ore otto, il termometro segna appena 14 gradi. Il fresco rende il cammino più agevole, per questo molti pellegrini si svegliano all’alba cercando di terminare la tappa per l’ora di pranzo. Nel pomeriggio, con il sole, in agosto si superano anche i 35 gradi.

Lungo la strada ritorno al passato: ritrovo le more ed il gusto di mangiarle – come quando ero bambina – subito dopo averle raccolte, incontro alcuni pellegrini che percorrono il cammino a cavallo (una scelta impegnativa ma credo affascinante) e mi fermo presso un punto di ristoro in cui due bambini presidiano un banchetto con caffè ed acqua fresca a disposizione dei pellegrini.

La più grande dei due, dopo aver ricevuto la mia modesta offerta, mi chiede da dove vengo e con una puntina colorata segna Genova sul mappamondo. È dolce quando mi guarda e mi dice: “Ma tu vivi al mare…”

La sera alloggio presso un piccolo ostello, con muri in pietra a vista, soffitto in travi di legno chiaro e dieci posti letto in tutto. Il titolare (Marcelo, da cui la casa prende il nome) ritiene che l’edificio sia la vecchia prigione del paese e, quasi quasi, gli credo.


Da Palas de Rei sino ad Arzùa

Il terzo giorno la mie gambe devono portarmi da Palas de Rei sino ad Arzùa. Dovendo percorrere ben 28 km, mi sveglio alle sei e per colazione esagero: oltre al caffè, ordino anche una spremuta d’arancia. Credo sia la prima volta che io ne beva una di mia spontanea volontà (mia madre sarebbe orgogliosa di me) ma ho come il presentimento che la giornata sarà lunga e faticosa.

E, infatti, lo è. La temperatura sale rapidamente, in cielo non c’è una nuvola, e ho due giorni di cammino nelle gambe, che cominciano a patire la totale assenza di preparazione atletica. “Fortunatamente”, ho rabbia e volontà a sufficienza per sopportare il dolore.

Il cammino mi costringe a concentrarmi su me stessa. Sono qui per abbandonare certi pensieri negativi che per tanto tempo mi hanno tolto energie, sorrisi ed entusiasmo. La fatica mi impone di ascoltare il mio corpo, dosare le forze, mangiare e bere come e quanto necessario per arrivare a destinazione.

Per resistere ed arrivare in fondo, mangio barrette energetiche al cioccolato, bevo moltissimo, assaggio i lamponi (ce ne sono moltissimi, e spesso chi ha casa lungo il Cammino organizza un piccolo banchetto sull’uscio, offrendo o vendendo frutta ai passanti) e, quando il dolore si intensifica, ascolto musica a tutto volume, cercando di distrarmi.

Può sembrare strano, ma solo qui mi rendo conto di quanto poco io pensi al mio benessere fisico nella vita di tutti i giorni e di quanto io mi sia trascurata negli ultimi mesi. Per questo sono grata alla strada che mi riporta da me.

A metà giornata attraverso la cittadina di Melide, e mi perdo tra i banchetti del mercato, ma è presto per sostare per il pranzo.

La campagna verso Arzùa è forse la più piacevole del percorso, e, se non avessi già prenotato ed organizzato diversamente il percorso, mi fermerei nei pressi del Río Iso, torrente dove molti si fermano a rinfrescare le gambe, a Ribadiso da Baixo (un piccolo gruppo di case che fa parte della comunità di Rendal).

Una volta arrivata – stremata – ad Arzùa, mi aiuto con un antidolorifico ed una birra ghiacciata. Temevo le vesciche, e invece non ne ho nemmeno una.


Da Arzùa a Lavacolla

Il quarto giorno di cammino è il più duro. Mi aspettano ben 31 km, destinazione Lavacolla, un paese nei pressi dell’aeroporto di Santiago de Compostela, a 13 km dal centro della città. Dopo appena due ore mi rendo conto che c’è qualcosa che non va: sento il tendine del piede sinistro incendiarsi e comincio a preoccuparmi.

Non che io pensi davvero di non farcela. Mi hanno detto che il Cammino “si comincia con i piedi e si finisce con la testa”… e così sarà. Come in tutte le cose, è la forza di volontà e la fermezza con cui crediamo in noi stessi e nei nostri obiettivi a rendere possibile l’impossibile.

Arrivare a destinazione, in ogni caso, è sacrificio vero. Camminare nel pomeriggio è quasi follia: non incontro praticamente nessuno. Ci sono poche zone d’ombra attraverso il bosco, e tratti in salita che tagliano il fiato e spezzano il ritmo della camminata. Il trucco si impara presto e in modo naturale: fissare sempre la punta dei piedi e mai l’orizzonte. Cercare con lo sguardo la fine della salita è una tortura da risparmiarsi.

Per i pellegrini più ragionevoli, segnalo che è possibile suddividere diversamente il cammino, e pernottare a Pedrouzo. Una volta arrivata, mi consolo con un po’ di ghiaccio sulle gambe indolenzite e pensando che, domani, mi aspettano soltanto 13 km. Vista la stanchezza, decido di cenare in albergo (in ogni caso, Lavacolla non offre chissà quali strutture ricettive o ristoranti). Dopo giorni di camerate con letti a castello e bagni in comune, mi concedo una camera da letto con bagno privato.

La mattina del quinto ed ultimo giorno di cammino mi sveglio emozionata. Voglio godermi ogni singolo passo che mi manca al traguardo, voglio sentire e sentirmi e voglio poter ricordare ogni singolo attimo e pensiero di questa giornata speciale. Non sto nella pelle e non vedo l’ora di mettermi in viaggio.


Da Lavacolla a Santiago

La poesia e l’entusiasmo del momento si interrompono non appena scendo dal letto. Mi rendo immediatamente conto che la notte non è bastata e le mie gambe non hanno recuperato quel tanto che avevo sperato.

Ogni volta che appoggio a terra il piede sinistro sento una scossa. La fitta che sento si chiama tendinite, e si cura con tanto riposo. Ma non ho tempo per riposare. Il quinto giorno, zoppicando vistosamente, decido di accompagnare caffè e brioche con un antiinfiammatorio.

Lungo la strada, l’emozione nell’aria è tangibile: ritrovarsi nella sensazione di felicità, orgoglioso, leggerezza che si può leggere sui volti degli altri compagni di viaggio è fin troppo semplice.

Le fila di pellegrini si ingrossano nell’ultimo tratto, e più ci si avvicina al traguardo, più è facile trovare a bordo strada oggetti lasciati dai pellegrini. Molti lasciano le proprie scarpe, ed è un gesto carico di significato, che mi ha colpito molto.

Se il panorama in questo ultimo tratto in cui si attraversa necessariamente la periferia della città lascia a desiderare (fatta eccezione per il Monte do Gozo, dal quale è possibile scorgere – per la prima volta – la Cattedrale, ammirando Santiago de Compostela da lontano), si respira una forte spiritualità. E non importa se per molti non si tratta di un cammino di fede.

Purtroppo, sono molto lenta a causa della tendinite e divento nervosa per la paura che il dolore prevalga e mi impedisca di godere a pieno l’ultimo tratto. Per questo, entrando a Santiago decido di prendere un Voltaren e dopo qualche minuto il dolore svanisce e il mio cuore ritorna leggero.

Mi avvicino rigenerata all’ultimo chilometro, ed è una lunga discesa per le vie della città. Ad un certo punto, attraversando ad un incrocio ed imboccando la strada che scende si vede spuntare – tra le case – la Cattedrale. Ed è qualcosa che toglie il respiro.

L’emozione che provo in quell’istante è grande, ed inevitabilmente penso a chi arriva qui dopo aver percorso interamente il Cammino Francese, e quindi dopo 800 km, e a chi con maggiore fatica lo ha percorso in passato. Non riesco a trattenere le lacrime.

Arrivo in piazza stremata, confusa, agitata e – ovviamente – con gli occhi lucidi. Sono circondata da tanti pellegrini che, come me, hanno appena completato la loro impresa. Ciascuno si prende il tempo necessario per godere di questo momento, elaborare le emozioni e riordinare i pensieri. La foto ricordo è di rito.

Prima del rientro in Italia, ho tempo per rilassarmi e scoprire la città vecchia di Santiago de Compostela: il centro storico è ben conservato, le sue strade ricche di edifici gotici romanici, e barocchi sono ben tenute, ed i negozi ed i locali dove bere birra, mangiare tapas, tortillas e pulpo alla gallega molto caratteristici. Anche il mercato cittadino vale una visita.

Ho tempo, soprattutto, per visitare la costa galiziana.

Se potete, proseguite il cammino (a piedi o coi mezzi pubblici) fino a Finisterre, dove si trova il KM 0. Qui, prima della scoperta delle Americhe, finiva il Mondo.

Qui i pellegrini arrivavano per tuffarsi nelle acque dell’Oceano Atlantico in segno di purificazione e per raccogliere la conchiglia, oggi simbolo del cammino, quale prova del compiuto pellegrinaggio e del raggiungimento dell’ultimo traguardo possibile. Qui, infine (ma oggi è vietato), i pellegrini bruciavano le proprie vesti.

Io mi sono accontentata di vedere il mare. La Costa della Morte – nonostante il nome – è incantevole, ed il faro di Finisterre (nel quale è possibile anche soggiornare) – abbarbicato sulla scogliera – decisamente suggestivo.

Non perdete l’occasione di arrivare sin qui, sino all’ennesimo limite che vale la pena raggiungere… e superare.

 

 


Le tappe del cammino da Sarria a Santiago:
Primo giorno: Sarria – Portomarin (25 km )

Lasciata Sarria il cammino tocca da prima i villaggi di Viley e di Barbadelo, dove si trova la bella chiesa di Santiago, splndido esempio dello stile romanico galiziano. Seguono molte altre località.

Alcune sono piccolissime frazioni, come Morgade, dove c’è solo una casa, alte custodiscono piccoli gioielli d’arte e storia, come Mirallos, con la sua chiesa del secolo XII, Mercadoiro, dove sono ancora evidenti tratti dell’antica strada, o Vilachá, un paesino di campagna dove ancora sorgono le rovine del Monastero di Loio, culla dei Cavalieri dell’Ordine di Santiago e l’eremo di Santa María di Loio con muri di stile visigoto.

L’arrivo nella cittadina di Portomarín segna la conclusone della prima tappa del viaggio.

 

Secondo giorno: Portomarin – Palas de Rei (24 km )

Punti di riferimento nella seconda giornata del Cammino sono Toxibó, Gonzar, Castromayor, Hospital da Cruz, Ventas de Narón, Prebisa, Lameiros e Ligonde, che fu tappa dei pellegrinaggi di Carlo V e Filippo II.

Dopo aver raggiunto Portos, Lastedo e Valos, si arriva finalmente a Palas de Rei. I più allenati possono allungare la tappa concedendosi (nei pressi di Portos) una deviazione verso Vilar de Donas, che conserva una grande chiesa romanica con pitture gotiche del secolo XVI.

 

Terzo giorno: Palas de Rei – Arzùa (28 km )

San Julián del Camino, con la sua chiesa romanica e Outeiro da Ponte con il Castello do Pambre sono i primi, interessanti, centri toccati da questa tappa.

Si attraversano poi Pontecampaña, Mato Casanova, Porto de Bois, Campanellino, Coto e Leboreiro, che conserva un’antica strada romana. Seguono Disicabo e Furelos, con il ponte medoeval da attraversare per proseguire verso Melide, antico e importantissimo nodo viario.

Passando per Carballal, Ponte das Penas e Raido, Bonete si giunge a Castaneda, dove un tempo si trovavano i forni di calce per la costruzione della cattedrale di Santiago. Il villaggio di Ribadiso è l’ultima tappa prima di Arzúa.

 

Quarto giorno: Arzúa – Lavacolla (31 km )

È la penultima tappa del cammino e precede l’arrivo a Santiago. Bene quindi che sia un percorso nn troppo lungo e impegnativo, che consente di risparmiare le ultime energie, per godersi al massimo la giornata di domani che condurrà alla meta finale del viaggio.

L’itinerario tocca Las Barrosas, dove si trova l’eremo di San Lazzaro e il Mulino dei Francesi. Si raggiungono Calzada, Calle, Salceda, Brea e Santa Irene, Arca do Pino, Burgo, Arca San Antón, Amenal e San Paio. Si arriva poi a Lavacolla, dove i pellegrini si lavavano e cambiavano per entrare nella città di Compostela.

 

Quinto giorno: Lavacolla – Santiago de Compostela (13 km )

Ultimi 13 km del viaggio: Villamalor, San Marcos, Monte do Gozo, San Lázaro sono gli ultimi villaggi che si incontrano, poi, finalmente il Cammino raggiunge la sua meta: Santiago de Compostela.

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