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Carcere: i detenuti che muoiono

Quella che stiamo per raccontarvi è la storia di Peppe, detenuto ergastolano da circa trent’anni. La sua storia non è unica ma piuttosto rappresentativa di tanti come lui, sparsi per le molteplici sezioni di “Alta Sicurezza” nelle patrie galere della nostra bella Italia.

Peppe è un sessantenne che ha trascorso metà della sua vita in carcere. Finito dentro per reati di criminalità organizzata per i quali i giudici, ritenutolo colpevole, lo hanno condannato al carcere a vita senza possibilità di benefici.

L’ho incontrato per la prima volta circa 15 anni fa nel carcere di Voghera. Ero stato trasferito qui perché giorni prima avevo ottenuto la revoca del 41bis, il cosiddetto “carcere duro”. Peppe era giunto a Voghera circa un paio di anni prima di me e si era ambientato ed adattato discretamente, come ebbi a notare fin da subito.

Cordialissimo, fu il primo detenuto ad accogliermi in sezione facendomi sentire a mio agio ed attenuando, non di poco, tutti i disagi dovuti al cambiamento sia del carcere che delle persone nuove che bisogna imparare a conoscere ma, soprattutto, rendendomi meno duro l’impatto drastico conseguente al passaggio da una situazione di totale isolamento ad una di maggiore apertura che, se non vissuta con moderata adesione si rischia il disorientamento.

La prima impressione che ebbi di Peppe fu quella di un uomo energico, atletico e per nulla abbattuto dai circa 15 anni di carcere fino ad allora scontati. Notai successivamente che frequentava regolarmente la palestra e quasi tutti i giorni faceva la corsetta ai passeggi del carcere. Si manteneva in forma per intenderci.

Ricordo il suo viso rubicondo, incorniciato da una barba nera spruzzata qua e la da qualche tonalità di grigio che cominciava ad incedere. Insomma, per farla breve, Peppe era allora un uomo che, come è solito dirsi, sprizzava salute da tutti i pori. Trascorso poco più di un anno dal mio arrivo a Voghera, fui trasferito in un altro carcere e questo determinò l’ovvia conseguenza di perdere di vista Giuseppe.

Passarono molti anni da allora e, per una strana coincidenza del destino, mi ritrovai di nuovo qua, nella stessa sezione da cui ero partito anni prima. E chi ritrovo? Peppe! Molte cose erano cambiate da allora però. Per prima cosa stentai parecchio a riconoscere nella figura che ora avevo davanti quella di Peppe: non era possibile, dissi fra me e me, che quella era la stessa persona conosciuta anni prima. Innanzi a me avevo, ormai, l’immagine di Peppe sbiadita. È stato come ritornare su un luogo dopo tempo e rivedere un vecchio manifesto affisso alla parete di cui a mala a pena si riesce a distinguere i contorni dell’immagine ritratta.

Il viso, ora pallido, portava i segni di un certo patimento che non sarebbero sfuggiti neanche ad un occhio poco esperto. La barba, ora bianchissima e non più curata come un tempo, conservava soltanto qualche residua ed impercettibile macchiolina di pepe. I pochi capelli rimasti, bianchi e radi, come radi erano ormai i denti, incorniciavano il corpo esile che un tempo fu energico e vitale.

Ma ciò che mi scosse profondamente fu notare il leggero e continuo tremolio delle sue braccia e il balbettio che accompagnava i suoi discorsi. Dapprima non ebbi il coraggio di chiedergli il perché sia per pudore che per discrezione. Lascia che fosse lui a parlarmene quando ne avrebbe avuto voglia di farlo. Lo fece quasi subito: gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson. Era ancora nella fase iniziale (così gli avevano detto i medici) e la buona cura che gli avevano prescritto avrebbe rallentato la degenerazione della patologia che, come sappiamo, è questa una delle sue caratteristiche. Oggi lo stadio della sua malattia è molto degenerato tanto che ha serie difficoltà nella deambulazione, nell’uso della parola e delle mani. Ormai al limite dell’autosufficienza al punto che gli è stato assegnato un “piantone”, ovvero un altro detenuto che con regolare mansione lavorativa, lo affianca per le quotidiane esigenze inerenti l’igiene e l’alimentazione.

Peppe, oltre alle cure mediche e del corpo, avrebbe bisogno di un’altra cura, altrettanto importante e fondamentale: la cura dell’anima e dello spirito che solo le persone a lui care sarebbero in grado di assicurargli. Ma, a causa delle disastrose condizioni economiche, non vede la moglie e i figli da diversi anni. L’unica fonte di reddito che fino a qualche anno fa assicurava una sopravvivenza accettabile alla sua famiglia era il lavoro della figlia, ora disoccupata. Riescono a malapena a vivere grazie alla pensione dell’anziana madre, provvidenziale ammortizzatore sociale, in questa società dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.  

Peppe ha già scontato una congrua pena, non sarebbe il caso di valutare un graduale rilascio per consentirgli di curarsi meglio e circondato dall’affetto dei suoi familiari? Il diritto alla salute è garantito (dovrebbe) dalla nostra costituzione. Ma siamo certi che in questo caso, come in tanti altri, sia rispettato? O bisogna ancora perseverare nella cinica ed ipocrita linea, adottata da diverso tempo ormai, secondo la quale i detenuti malati, spesso terminali, vengono rilasciati pochi mesi, se non giorni, prima del decesso.

L’amara riflessione che ci suscita questa dolente storia è che, purtroppo, Peppe non si chiama Dell’Utri e non ha al suo fianco uno stuolo di valenti e combattivi avvocati pronti a battersi, giustamente, per il proprio assistito. Speriamo solo che Peppe non vada ad allungare la lunga lista dei decessi in carcere o quelli che avvengono a pochi giorni dal rilascio, sarebbe una ulteriore sconfitta dello stato di diritto ma, ancor di più del senso di Humanitas che, purtroppo, pare passare sempre più in secondo piano rispetto al continuo sventolio della bandiera dell’esigenza della sicurezza.

A chi potrebbe nuocere un uomo affetto da morbo di Parkinson in stato avanzato?

Di seguito potrete leggere una lista parziale dei detenuti deceduti a poco tempo di distanza dalla scarcerazione o sospensione della pena:

Giuseppe Caso, ergastolano, 24 anni di carcere. Ultimo carcere Catanzaro. Pena sospesa e morto in ospedale dopo pochi giorni;
Franco Morabito, ergastolano, morto di tumore a 48 anni, con tutti gli organi in metastasi, nell’ospedale di Voghera a distanza di un mese dalla sospensione della pena. In carcere veniva curato per coliche renali;
Luigi Venosa, ergastolano, morto per cancro dopo 27 anni di carcere. Pena sospesa il giorno prima del decesso;
Giuseppe Vetro, ergastolano ricorrente, detenuto in regime di 41 bis. In carcere dal 2000, deceduto nel 2008 presso la sezione clinica/detentiva di Milano Opera a causa di un carcinoma in fase terminale (speranze di vita prossime all’1%). il tumore gli venne diagnosticato trenta giorni prima di morire, non gli venne concessa la sospensione della pena ne di essere assistito o nemmeno salutato dai propri familiari. Questi ultimi vennero informati dell’avvenuto decesso due giorni dopo;
Antonio Verde, era detenuto nel carcere di Catanzaro, tumore al pancreas trascurato e diagnosticato tardivamente. Morì dopo quattro mesi dalla sospensione della pena.
Giovanni Pollari, morte istantanea dopo circa 20 anni di carcere;
Michele Rotella, detenuto nel carcere di Catanzaro e morto in ospedale, da detenuto, per Clostidrium difficilis. Aveva perso oltre 20 kg al momento del ricovero in ospedale. Morì dopo poche ore dal ricovero. I familiari seppero della morte recandosi a colloquio.
Sebastiano Sciuto, ergastolano, morto per cancro dopo 27 anni di carcere. Pena sospesa 9 giorni prima del decesso;
Sebastiano Rampulla, morto dopo pochi giorni dalla sospensione della pena;
Gaspare Raia, ottantenne ergastolano, morto nel 2017 dopo più di 25 anni di carcere. Tumore in fase avanzata, arresti domiciliari concessi pochi giorni prima della morte;
Cosimo Caglioti, di anni 30, un’incompatibilità carceraria diagnosticata e sottovalutata, le cure approssimative, i soccorsi che non arrivano, il defribillatore chiuso a chiave. Muore a soli 30 anni nel carcere di Secondigliano.
Salvatore Veneziano, arrestato nel 1993, morto nel novembre del 1997 per AIDS (contagiato in carcere). Ad agosto era uscito dal carcere di Spoleto dove era stato sottoposto al regime di 41 bis. Scontava una pena di 8 anni;
Salvatore Bottaro, ergastolano detenuto dal 1990, affetto da cancro al pancreas, pena sospesa nel 2004. Apprese dai medici che gli rimanevano 6 mesi di vita, si suicidò;
Salvatore Profeta, morto in ospedale ai primi di settembre dopo 10 giorni di ricovero. Detenuto ingiustamente per 18 anni in 41bis con l’accusa, da parte di un falso pentito, di essere tra gli esecutori della strage di via D’Amelio, venne scagionato, rilasciato nel 2015 e arrestato nuovamente nel 2016, sempre sulla base di dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia. Al momento della morte era detenuto presso il carcere di Tolmezzo con una condanna non definitiva ad 8 anni. Il questore di Palermo ha vietato il funerale pubblico. Un dispositivo questo di negare il funerale in chiesa ormai consolidato negli anni.

L’elenco sarebbe ancora lunghissimo e, pertanto, ci siamo limitati a riportare solo alcuni fra i tanti di morte per pena in carcere. La maggior parte della popolazione condannata alla pena dell’ergastolo ostativo o ad una pena trentennale ha una età che supera i 70/80 anni, gran parte è sottoposta al regime di 41bis con tutte le restrizioni che vanno ad impedire una precoce diagnosi e, quando questa avviene, ormai le possibilità di intervento sono ridotte al minimo. Chiudiamo ribadendo quanto detto all’inizio: il diritto alla salute dovrebbe essere garantito a tutte le persone per Costituzione e le recenti sentenze della Corte europea sono state chiarissime anche per quanto riguarda i detenuti in 41 bis, ma in Italia si preferisce pagare le penali piuttosto che attuare lo stato di diritto. Il prossimo 10 dicembre, 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti Umani, digiuneremo per l’abolizione dell’ergastolo e per il rispetto di tutti i Diritti Umani violati.

 

I membri dell’associazione Yairaiha del circuito AS1 di Voghera 

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