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Fiona May: “Donne aggressive, a volte spietate. La competizione fra noi è più dura”

«Fra teatro e sport c’è pochissima differenza: dietro c’è un grandissimo lavoro, tanta preparazione fisica e soprattutto psicologica. In entrambi i casi il successo è determinato dal lavoro di squadra: il rapporto fra regista e attori è molto simile a quello fra allenatore e atleti.

Non c’è spazio per sbagliare sul palcoscenico proprio come nei 5 salti. Tutto si gioca sulla presenza e sulla performance.

L’unica differenza è che a teatro il pubblico è vicino e gli applausi sono più familiari mentre nelle grandi gare ci sono molte persone lontane fra spettatori e televisioni». La pensa così Fiona May, due volte campionessa mondiale di salto in lungo, due argenti olimpici, oggi, 11 febbraio, protagonista con Luisa Cattaneo di «Maratona di New York» al Teatro Erba.

Lo spettacolo di Edoardo Erba è uno dei testi contemporanei più rappresentati. Una sfida fisica e verbale per chi la porta in scena, che deve correre per tutta la durata della pièce.

Una prova di resistenza che il regista Andrea Bruno Savelli ha declinato in questa nuova versione al femminile. Oggi alle 14 le due protagoniste dello spettacolo incontrano i giovani danzatori e attori del liceo coreutico e teatrale Germana Erba al Teatro Nuovo in corso Massimo D’Azeglio 17.

L’evento è aperto al pubblico
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Quale personaggio porta in scena?

«Siamo due amiche con caratteri opposti: io sono quella determinata, sicura, aggressiva nella corsa e nella vita.

Luisa Cattaneo, invece, attrice bravissima, è quella insicura, impaurita, indecisa. Impersoniamo due estremi che nella realtà non esistono: noi sportivi, come tutti gli esseri umani siamo a volte forti, a volte deboli, molto dipende dalle situazioni in cui ci troviamo».

È una storia di amicizia o di competizione?

«Una conversazione in corsa fra due donne, molto attuale, che si svolge con profonda sincerità e amicizia. La competizione fra donne nello sport è molto dura, aggressiva e complessa e chi vince spesso vuole distruggere chi perde, forse anche per le difficoltà di emergere in un mondo maschilista; mentre la competizione negli uomini è più semplice e diretta: si punta a vincere e basta».

Lo sport educa?

«Lo sport è uno stile di vita. È una forma molto potente di educazione ma non certo l’unica.

Molto dipende dai genitori e dagli adulti in generale. In alcuni casi, purtroppo, e penso ad alcune partite di calcio allo stadio, diventa espressione di maleducazione, ignoranza, pregiudizio e razzismo.

Lo sport, in realtà, insegna il rispetto per il prossimo, la disciplina e la determinazione».

Come vede il fatto che sua figlia Larissa stia seguendo le sue orme?

«Le mie figlie sono cresciute con l’atletica in casa e lo sport è uno stile di vita.

Non posso che essere contenta».

È più emozionata prima di andare in scena o prima di saltare?

«Lo sono sempre.

I secondi prima della performance sono quelli più intensi».

Usa delle tecniche per concentrarsi?

«Da quando ho 17 anni medito almeno 2 volte al giorno.

Uso tecniche diverse a seconda delle esigenze ma è una parte fondamentale dell’allenamento. Alla fine, che sia un campionato, una performance o un evento, la preparazione è più nella testa che nel fisico».

Oggi incontrate i ragazzi del liceo. Come vede i giovani?

«Le nuove generazioni sono molto intelligenti.

Vogliono che si parli loro in modo adulto e cercano strumenti che li aiutino a riflettere e crescere. Incontrare persone viste in tv in carne e ossa aiuta a vedere cosa c’è dietro».

Cosa consiglierebbe a un adolescente?

«Una ricetta valida per tutti non c’è ma il mio consiglio è di seguire sempre i sogni con determinazione e passione senza preoccuparsi troppo. Magari a 15 anni non sei nessuno ma a 25 diventi campione del mondo».

Teatro Erba, corso Moncalieri 241

Stasera e domani alle 21

Domenica alle 16

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