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La Cura (di L.Duro) * Alessioporcu

di Luciano DURO
Narratore
e Sognatore

 

 

Seduto nell’affollata anticamera del medico di famiglia, l’ingegnere Marco Giovine, in silenzio, aspettava il suo turno. Non prestava attenzione alle conversazioni dei presenti, strani e cupi pensieri lo tormentavano, quel maledetto dolore alla gamba destra non lo faceva dormire e lo preoccupava non poco. Era il principio di una permanente zoppia che lo avrebbe reso schiavo di un bastone? Era forse il sintomo di una ben più grave malattia che lo avrebbe portato, lui ancora giovane, al capolinea dell’esistenza? Erano turbamenti che richiamavano alla precarietà della vita e consegnavano tutto nelle mani del buon Dio, padrone del destino di ognuno.

 

Quando arrivò il momento entrò con aria rassegnata.

 

Evitò saluti e convenevoli ed irruppe improvvisamente ponendo una serie di quesiti al medico che, sgomento, ascoltava un elenco di probabili diagnosi, annuendo con segni della testa, allo stesso modo del professore che esamina a scuola l’alunno e ne valuta la preparazione. Ipotizzò anche una borsite al ginocchio, una patologia conosciuta come “ginocchio della lavandaia” che poteva compromettere l’articolazione della gamba.

Stanco di ascoltare quella lista di malattie più o meno gravi, il medico apostrofò il suo assistito, in maniera decisa:” Senta ingegnere, lei costruisca case e ponti, a me lasci curare le persone, ad ognuno il suo mestiere, insomma mi dica con chiarezza, lei cosa ha?”

Respirò profondamente e finalmente giunse al dunque: “ Ecco, ho un dolore alla gamba destra che non mi fa camminare, è anche accompagnato da intorpidimento, formicolii e debolezza. ”

Si tolga giacca e pantaloni e si allunghi sul lettino.” Disse solenne il dottore.
“ Mi dica le sembra grave?”
“La prego faccia come le ho detto.” insistette in modo deciso.

 

Incominciò a tirare quella gamba come un elastico provocando dolorosi gemiti, massaggiò il gluteo, mentre il paziente lo guardava fisso con occhi sbarrati, in attesa di risposte, poi intimò infastidito di rivestirsi.

“Vede ingegnere, lei ha una leggera forma di sciatalgia, non c’è nessuna imminente dipartita nel suo futuro, in fondo non è più così giovane e l’invecchiamento del corpo umano comporta un mutamento nella forma della colonna vertebrale, è anche mio parere che lei sia leggermente obeso. Un eccessivo peso corporeo in questi casi, può rappresentare uno stress esagerato per la colonna vertebrale stessa.

Non mi pare il caso di prescrivere medicine, vada in una stazione termale e visto che è scapolo e a me pare anche un un po’ depresso, scelga una località che oltre ai vantaggi dovuti alla qualità curativa delle acque sia anche occasione di villeggiatura e di uso intelligente del tempo libero.”

Il benevolo responso, tolse ogni preoccupazione anzi fu una efficace “iniezione” di vitalità.

Uscì dallo studio medico e già si sentiva meglio, quel dolore, che provocava una terribile sofferenza, divenne d’improvviso un leggero e trascurabile fastidio.

 

Nei giorni successivi fece un accurato studio su tutti i trattamenti termali, divenne quasi un esperto di acque, di fanghi e di massaggi. Nella sua ricerca si spinse anche oltre e convenne che lo “Shiatsu” facesse al caso suo mirava infatti al raggiungimento dell’equilibrio fra corpo e mente, quello che ci voleva, perché considerava l’essere umano nella sua interezza.

 

Ma se tanto aveva appreso, grande incertezza restava sulla stazione termale da scegliere, se doveva unire l’utile al dilettevole, staccarsi per un po’ dalle carte e dalle pratiche edilizie, forse sarebbe stato conveniente andare più lontano possibile in una località dove non avrebbe incontrato conoscenti e poter avere, così, la possibilità di concedersi piccole libertà da tempo represse.

 

Dopo non pochi ripensamenti decise di andare all’estero, consultò vari pieghevoli che proponevano le vacanze della salute e scelse finalmente Bath, cittadina del sud ovest dell’ Inghilterra, meta preferita della regina Elisabetta e re Giorgio.

Inoltre nella città si svolgeva una intensa attività culturale fatta di eventi musicali e teatrali o di escursioni con battelli lungo i canali che si ramificavano in un territorio immerso nel verde. Se la coppia regnante frequentava quel posto, poteva andar bene anche per un ingegnere alla ricerca di rinnovate energie fisiche e spirituali.

 

Trascorse una settimana e già era a Bath, aveva volato fino a Bristol e poi in treno raggiunto la meta. Fu subito rapito dall’insolito paesaggio: nel verde smeraldo di una natura protetta e incontaminata si ergeva la splendida architettura georgiana del Settecento e l’imponente abbazia in stile gotico. Ebbe la sensazione di sentirsi già bene e il malanno che tanto lo aveva preoccupato sembrò un ricordo lontano.

 

Si recò subito alle terme, dove ad attenderlo c’era un equipe qualificata di medici: un reumatologo, un dietologo e un fisioterapista. La visita fu accurata , poi i tre si riunirono e stabilirono un protocollo da rispettare per la durata di quindici giorni. Abbondante colazione con esclusione di grassi, massaggi ““Shiatsu”, Fanghi e leggero pranzo a base di verdure e frutta, bagno di due ore nelle sorgenti di acqua calda naturale per godere di quell’effetto rigenerante, poi un’ equilibrata cena di cereali da alternare: Mais, Riso, Orzo, Miglio, Avena e Grano saraceno. Non proprio il massimo per l’ingegnere Marco Giovine, abituato ad abbondanti piatti di fettuccine, ruspanti polli e tenera carne di abbacchio al forno.

 

A Pranzo si recò nella bellissima location del ristorante, una sala elegantissima con la piacevole presenza di musica classica dal vivo, che in maniera delicata e confidenziale augurava il benvenuto. Nei tavoli bianchi ordinatamente disposti, sedevano già alcuni frequentatori e man mano ne arrivavano altri, accolti da quella musica eterea che sicuramente aveva anch’essa una finalità terapeutica.

Un distinto signore, leggermente claudicante, entrò con aria altezzosa e distaccata, indossava un blazer blu e un pantalone grigio, si accomodò non lontano da lui, poi un altro, forse più giovane ma dalla schiena ricurva era sostenuto da una graziosa accompagnatrice.

 

Fu un susseguirsi di uomini e donne che silenziosamente entravano nell’ampio salone, tutti elegantemente vestiti ma in ognuno era evidente un doloroso malessere fisico, tanto che l’ingegnere Marco Giovine si senti sollevato e in ottima salute, in fondo la sua leggera sciatalgia parve di trascurabile entità in confronto agli acciacchi degli ospiti della stazione termale. Qualcosa ruppe quella piatta uniformità: un donna, alta di bella presenza, non più giovane, che aveva insieme grazia e semplicità, entrò con passo leggero, quasi danzasse al pacato ritmo della musica, il suo portamento era elegante, solenne e altero, molto disinvolto.

Indossava una tuta blu elettrico che metteva in evidenza i suoi occhi azzurri ed i capelli brizzolati, sciolti e di media lunghezza, calzava comode e bianche scarpe da jogging. Un abbigliamento poco formale che la distingueva dagli altri. L’ingegner Giovine ne venne folgorato. Il cuore cominciò a battere forte. Non era mai stato un dongiovanni, un corteggiatore assiduo e fortunato, aveva avuto fidanzate, tuttavia quelle relazioni mai si erano concluse in matrimonio o convivenza.

Ma la donna dalla tuta blu elettrico aveva trafitto il suo cuore. “ Un coup de foudre”, un’ emozione intensa e fortissima che non sapeva spiegare ma che lo faceva sentire perdutamente attratto dalla signora dal passo ginnico e cadenzato.

 

Doveva incontrarla, parlarle, conoscerla e così il giorno successivo mise in atto uno stratagemma: si recò prestissimo al ristorante e si sedette al posto della donna fingendo di aver sbagliato il tavolo.

 

Lei arrivò come al solito quando già tutti erano seduti pronti per il pranzo, indossava questa volta una t shirt bordò, su un jeans alla moda e mocassini all’inglese, si avvicinò e restò perplessa nel vedere il suo tavolo occupato . “Mi scusi, forse mi sono confuso, non è questo il mio posto” disse con finto imbarazzo e nel suo incerto inglese, l’ingegnere italiano.

“Non si preoccupi, in fondo si sta meglio in due, sono anch’io italiana” rispose con garbo la donna.

Seduti l’uno di fronte all’altra, trascorsero brevi attimi che sembrarono lunghissimi, lui leggeva il programma degli spettacoli teatrali, lei aggiustava il tovagliolo, poi spostava leggermente le posate ed i bicchieri, ogni tanto gli sguardi si incrociavano ma nessuno dei due riusciva a rompere il ghiaccio.

Finalmente: “ io mi chiamo Olga Taylor, mio padre era londinese, sono nata a Milano ed ho vissuto lì da giovane, fino a quando non ho incontrato il mio ex marito, un bell’uomo, affascinante ma insopportabile, una testa dura legata alle rigide tradizioni britanniche. Un errore di gioventù al quale ho rimediato divorziando ”.

 

Il presentarsi in maniera così espansiva, esponendo anche una breve storia personale, inibì l’ingegnere, ma allo stesso tempo fu consapevole che aveva accanto una donna estroversa e libera da legami affettivi. Restò come incantato da quella voce tanto suadente e non proferì parola.

Fu ancora lei a continuare: “E lei di dove è?”

“Mi scusi, ho osato sedermi al suo tavolo e non mi sono neanche presentato. Sono Marco Giovine un ingegnere che vive in una piccola città nei pressi di Roma sono qui per curare una leggera forma di sciatalgia, niente di preoccupante e ho pensato di allontanare lo stress del troppo lavoro, concedendomi anche una breve vacanza. Mi scusi ancora se sono indiscreto, lei cosa deve curare?”

La signora Olga sorrise: “Oh nulla! Sono in buona forma fisica e non ho acciacchi, curare il proprio corpo è il dovere di ognuno, non necessariamente si deve essere malati. La gente è presa dai ritmi frenetici della vita quotidiana, lascia sempre meno tempo per prendersi cura del benessere del corpo e della mente. Si è sempre più attenti alle soddisfazioni materiali e si ascoltano sempre meno i messaggi provenienti dal nostro corpo: ogni macchina, perfetta che sia, ha bisogno di manutenzione. Tutti gli anni, quando la scuola chiude, sono un’insegnate di lettere, vengo qui per conservare la funzionalità e l’efficienza del mio motore.”

 

Quell’articolato discorso che fluiva attraverso un’esposizione chiara e semplice, affascinò ancor più l’uomo, sembrava indirizzato a lui stesso. Figlio di un modesto operaio cartario aveva lavorato sodo per emergere e sedersi al salotto buono dei ricchi e dei potenti. Sempre su quei rotoli di carta lucida a disegnare e a progettare, a elaborare computi metrici, e dirigere lavori sui cantieri, non c’era altro nella vita e lo studio era ormai la sua casa.

 

Giunto all’età di sessantadue anni il cuore si era inaridito ed era ormai incapace di distinguere la differenza tra l’amore e il sesso, i rapporti sentimentali erano divenuti sempre più brevi e occasionali.

Si incontrarono spesso al ristorante, ormai erano una coppia fissa che sedeva allo stesso tavolo, non c’era nessun approccio amoroso, era solo un raccontarsi le loro storie. Marco Giovine ammirava la ricchezza intellettuale di Olga Taylor, i suoi molteplici interessi, l’essere spesso al di fuori dalle regole prestabilite. Tutto questo poneva una discriminante fondamentale che segnava un netto confine tra un’amicizia e un’avventura galante. Si può essere amici nel quotidiano vivere e “amici di letto”? Quel legame, in breve tempo si era tramutato in sincera amicizia.

 

Ogni giorno era nuovo e diverso. Lui si rendeva conto che quando il cervello è abituato a pensare a se stesso, potrebbe spegnersi. Nel momento in cui ciò accadeva si diveniva insensibile ad ogni forma di interesse che potesse nutrire la mente e anche il cuore si inaridiva, si diventava indifferenti e insensibili alle emozioni. Questo stava accadendo all’ingegnere e giunse alla conclusione che doveva curare ben altro, molto più complicato di una leggera forma di sciatalgia. Senza che lei ne fosse consapevole, quella signora era divenuta il suo terapeuta più di ogni medico del centro termale.

 

Lui le parlava delle sue origini, dei sacrifici fatti dalla famiglia per farlo studiare e consentirgli una vita senza affanni. Suo padre sin da ragazzo aveva lavorato nella fabbrica, davanti alla macchina continua, d’inverno e d’estate. Lo vedeva rientrare dal turno di notte stanco e stravolto, con gli occhi gonfi che a stento teneva aperti. Lei ascoltava attenta, erano diverse le loro radici: Olga figlia della ricca borghesia milanese, Marco rappresentava l’evoluzione di un proletariato che si era sacrificato per elevare la classe sociale dei propri figli.

 

Una sera a cena, parlava dei problemi del suo lavoro,che erano anche oggetto di personali studi: la ricerca delle forme essenziali per una urbanistica che fosse funzionale e allo stesso tempo in armonia con il contesto, elegante, leggera e rispettosa dell’ambiente.
Fu proprio in quella occasione che Mrs Taylor lo lasciò ancor più stupefatto.

 

Tirò fuori dalla borsa la penna e l’agenda, prese il bicchiere vuoto e lo rovesciò su un foglio appena staccato, poi percorse con la penna tutto il bordo e sollevò il bicchiere.

Ingegnere Marco Giovine – disse con bonario atteggiamento di canzonatura – le tue ricerche e i tuoi affanni trovano riscontro in una sola figura geometrica: il cerchio. La sua forma esprime pienezza e armonia, rappresenta la globalità della vita, l’unione con la natura e con il cosmo. Trovi che ci sia qualcosa di più perfetto e compiuto? Non ha rottura e cesura e non ha inizio né fine, inoltre è sprovvisto di angoli e di spigoli. Noi occidentali tendiamo sempre di scalare la piramide, simbolo del successo, ci affanniamo a raggiungere il vertice, ma poiché per molti è difficile, spesso precipitiamo in basso. Si finisce così per bruciare tutte le nostre energie in una competizione selvaggia. Sarebbe forse più produttivo curare noi stessi, diventando un po’ più morbidi, fluidi, nel corpo e nella mente. Cercando di scegliere la dinamicità del cerchio piuttosto che la spigolosità della piramide.”

 

Parlava e tracciava con il dito la circonferenza disegnata e il suo sguardo guardava lontano, poi alzò gli occhi e fissando intensamente Marco, con voce tenue e leggera concluse: “Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza è l’intero universo. L’uomo che cerca camminando adagio lungo il cerchio è in comunione con Dio “.

Non si dissero altro, ma trascorsero insieme quei giorni serenamente con amicizia e rispetto. Promisero di rincontrarsi e si scambiarono indirizzi e numeri telefonici.

Nei mesi successivi Marco scrisse più volte senza aver mai risposta ed il telefono squillava, libero, senza che qualcuno rispondesse, come se nessuno abitasse più in quella casa.

 

Negli anni, era divenuto un tecnico molto stimato. Ogni estate si recava a Bath, non solo per curare la sciatalgia, ma anche con la speranza di rincontrare Olga.

Accettava solo lavori che riteneva di un certo interesse professionale. Sebbene avesse continuato a studiare l’armonia delle forme in rapporto alla fruibilità e all’ambiente, ancora non era soddisfatto.

Un giorno un facoltoso industriale volle che progettasse la sua residenza. Lui accettò ma solo se avesse trovato l’ispirazione giusta. Furono notti insonni e tanti rotoli di carta lucida cestinati, poi la scintilla: ricordò quelle parole di Olga Taylor sulla perfezione del cerchio. E pensò che nel suo centro coesistono tutti i raggi, come in una ruota.

Mise in opera una sorta di scatola gigante a forma di cilindro, a più piani e con ampie finestre, l’estremità superiore era di vetro, in modo da ricevere più luce naturale. Dal centro partivano tanti raggi che dividevano in spicchi colorati l’intera circonferenza. Di giorno il sole proiettava, lame di colore che formavano immagini spesso simmetriche che alla stregua di un caleidoscopio cambiavano in modo imprevedibile con il variare delle ore e della luce. Fu un capolavoro di creatività e abilità tecnica. Tanto che di quella costruzione si parlò molto, in tanti venivano nella sua piccola città ad osservarla come si contempla un’opera d’arte.

 

Vecchio e famoso, non volle più progettare nulla, aveva ormai esaurito con quell’opera la sua creatività, stava imparando a prendersi cura di sé e a volersi bene. Percorreva la sua strada con equilibrio e armonia, ogni passo del suo cammino era una conquista verso il benessere del corpo, della mente e dell’anima.

 

Un giorno ricevette una lettera, non recava alcun indirizzo del mittente, solo un nome Olga Taylor, l’aprì con trepidazione, dentro un foglio e al centro un cerchio.

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