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Massimo Ranieri: «Con Cechov porto in scena le madri di tutti noi»

«Quando si sta seduti in camerino, prima che il sipario si apra, la testa ti parte. E va al passato. Ai personaggi che stai per mettere in scena, a Cechov, al suo “Gabbiano” alle storie che hanno accompagnato il debutto e l’insuccesso, le relazioni umane e sociali che hanno costruito o demolito il lavoro dell’autore. Lo spettacolo sarà un po’ questo, un flusso interiore molto cinematografico, un lungo flashback che mette a nudo prima di tutto me stesso».

Massimo Ranieri, 68 anni, è già nel ruolo, parla senza interrompersi della sua vita e della pièce che dopo un tour italiano di un mese e mezzo arriva al teatro Quirino il 19 marzo (repliche fino al 31). A dirigere questa riflessione sul Gabbiano (il sottotiolo è “à ma mère”) è Giancarlo Sepe. In scena anche Caterina Vertova, Pino Tufillaro, Federica Stefanelli, Martina Grilli e Francesco Jacopo Provenzano per raccontare l’incontro tra Cechov e un critico musicale cui lo scrittore si rivolge per risalire ai motivi dell’insuccesso: «Tra musica e letteratura è il rapporto con la madre, il motore che spinge le scorribande interiori di tutti i protagonisti.

E lei che cosa ha aggiunto di suo?
«Il rapporto con la mia. Per tutti i figli maschi credo si tratti della figura fondamentale della formazione. L’amore primordiale verso la donna. Che per alcuni si trasforma in una bastonata, come per Kostja».

E lei ha preso bastonate?
«L’amore che mamma avrebbe dovuto dare a me, l’ha dovuto dividere per otto. Quando mangi in due ti senti gonfio, quando dividi un pezzo di pane in otto hai sempre fame. Comunque è stata sempre presente, fino a quando è morta, tre anni fa».

Un ricordo?
«Le sue telefonate. Hai mangiato? Mi chiedeva. E io: sì, gli spaghetti, una fettina di carne, l’insalata. E lei: ma la carne era abbastanza? La carne, ora si evita, ma da ragazzini chi ce l’aveva».

Ha venduto 15 milioni di dischi, ha lavorato con Orietta Berti e Strehler, con De Sica e la Magnani. E ha fatto persino l’equilibrista in Barnum. Che cosa le ha dato quell’esperienza?
«Per imparare a camminare sulla corda ho studiato 8 ore al giorno per almeno tre mesi. Ma l’emozione più forte è stata vivere in un circo, quello Orfei, un’umanità indimenticabile».

In alcune imitazioni televisive, la ritraggono come una sorta di superman che mentre canta fa i piegamenti, esercizi per gli addominali: è molto attento alla sua forma fisica?
«Ho imparato a rispettare il mio corpo durante la preparazione del musical “Il campione” dedicato al pugile leggendario Marcel Cerdan. Sono stato 8 mesi in palestra. Da allora ho il mio sacco in terrazza e quando posso mi alleno».

Lei canta, balla, recita, firma regia: qual è la prossima sfida?
«Uno spettacolo di mimo».

Oltre se stesso chi pensa di dover ringraziare per una carriera così ricca?
«Napoli che mi ha dato i natali». 

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