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Parlare di migranti è peccato La città che odia Biagio Conte

Una porzione di città lo ama per le sue sembianze da profeta, appena sfornato da un tomo del catechismo. L’intensità dell’occhio azzurro. La dolcezza di certi tratti. La rabbia contro le ingiustizie che, talvolta, tracima in ira. Si ama, Biagio Conte, come si ama un santino a cui delegare il bene che noi non riusciamo a compiere.

Un’altra fetta di città lo ha sempre scrutato con sospetto, perché non crede alle storie a lieto fine. Ma dai, il figlio della buona borghesia che indossa i panni del protettore degli ultimi – citazioni a memoria, raccolte qua e là – chi può crederci sul serio? E cercano la magagna, l’inghippo, il granello di colpa che possa bloccare l’ingranaggio o svelare una menzogna che si ritiene nascosta molto male.

Ma adesso c’è una quasi novità: una porzione di Palermo odia Fratel Biagio, esattamente da quando si è permesso di parlare di migranti, cosa che, peraltro, è sempre accaduta. Sono tempi difficili e inversamente proporzionali nel consenso per la solidarietà che intende varcare i limiti del giardino di casa. Per una dichiarazione in favore dei disperati in viaggio, si rischia di essere additati e appesi virtualmente al muro dei reietti.

E’ capitato, dunque, anche a Biagio, nel grande libro del web e dei social che mescola giudizi e parole fino ad assemblare un vocio indistinto. Non proprio, non sempre, frasi di odio esplicito. Ma c’è chi ha reagito assai seccato. In sintesi: cosa vuole questo patrono vivente della città di Palermo? Perché sente il bisogno di seguire le orme delle migrazioni? Si occupi, invece, dei palermitani che ce n’è tanto bisogno. Prima i palermitani!

Chi lo conosce sa che, in effetti, Fratel Biagio, nel corso degli anni, si è macchiato di una colpa imperdonabile che si può riassumere in un contro-slogan: “Prima gli esseri umani”. Concetto pericolosissimo e recidivo, visto che è stato ribadito a LiveSicilia.it, in una recente intervista: “ Io ho iniziato con i senzatetto a Palermo, ma ho accolto tutti, sempre, con la Missione, senza guardare al colore della pelle o alle differenze. Perché non c’è differenza tra un migrante e un palermitano. Ogni uomo è nostro fratello e va aiutato. Non possiamo scegliere chi ci fa comodo, non sarebbe giusto. Siamo tutti responsabili delle nostre azioni e delle nostre omissioni”. Cose da pazzi, direte voi…

Eppure, Biagio, il missionario laico, è un tipo ostinato. Ha difeso gli esseri umani quando, abbandonando la casa di papà e mamma e la sua Cinquecento rossa fiammante, scelse di prendersi cura dei poveri della stazione centrale. Poi le missioni, l’accoglienza e le battaglie condotte, non idealmente, con l’impiego diretto del corpo, per sottolineare l’assenza di carità.

Biagio si è incatenato. Ha dormito sotto i portici delle Poste di via Roma. Ha percorso strade gelate senza mai rinunciare ai suoi calzari. Non ha risparmiato questa Palermo sonnolenta che osserva alla finestra azioni di generosità e magari le critica, arrogandosi il diritto di sputare sentenze. Non ha mai lasciato che qualcuno lottasse al posto suo. E non ha permesso che una sfumatura, un accento o un’etnia sopravanzassero il senso profondo della sua umanità.

E non è vero, in fondo, che coloro che lo amano cerchino per forza la paginetta comoda del catechismo. C’è chi gli vuole già bene al naturale, per l’uomo che è, non per il santo che altri vorrebbero al loro fianco. Dalla parte del torto.

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