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Twin Pixel

INTERVISTA

Cassandra Green, nome d’arte di Maria Tranquilli, 32enne scrittrice italiana nata sotto il segno dello scorpione e cresciuta a Civitavecchia, 53.000 anime che si affacciano sul Mar Tirreno a un’ora di macchina da Roma. Proprio percorrendo l’autostrada arrivo sul lungomare di Civitavecchia dove incontro l’autrice in un grazioso bar, il sole scalda l’aria rendendo la permanenza all’esterno piacevole, un caffè, delle sigarette, un po’ di timidezza per una scrittrice alla sua prima intervista e un redattore che per la prima volta intervista una scrittrice. Qualche attimo d’incertezza su dove sia il punto migliore da cui cominciare ma alle fine le cose prendono il loro corso e si comincia.

“I figli dell’ombra” è la tua prima escursione nel campo dell’horror, cosa ti ha spinta a lasciare il tuo genere, la fantascienza, per questo viaggio?

Sicuramente il desiderio di cimentarmi in qualcosa di nuovo, che mi desse modo di mettere alla prova le mie capacità.

Tra tutti i personaggi che si muovono agili tra le pagine del tuo romanzo uno in particolare mi ha colpito, Cassandra, potrei sbagliarmi ma credo che ci sia molto di te in lei? È cosi?

Penso che qualsiasi lettore vedendo che entrambe abbiamo lo stesso nome possa portare a crederlo, ma in realtà questa decisione riguarda il mito di Cassandra e il suo dono/maledizione.

Si dice che per capire una persona occorra conoscere i libri che ha letto, i testi e gli autori su cui si è formata la sua coscienza, quali sono i tuoi autori preferiti e le loro opere che maggiormente ti hanno segnata?

Notturno di Asimov, It e The dome di King, 7 il numero maledetto di Barnabas Miller e Jordan Orlando e I ragazzi dello zoo di Berlino di Christine F. Questi sono libri che mi sono particolarmente piaciuti, però onestamente la coscienza me l’ha sviluppata la vita e le tante prove a cui mi ha sottoposto. E a questo aggiungo una mia piccola osservazione personale:

ho conosciuto individui che pur avendo letto tanti romanzi si sono dimostrati più ottusi e gretti di quelli che in vita loro non hanno mai aperto un libro.

In “Misery” di Stephen King si legge “Perché gli scrittori ricordano tutto, Paul. Specialmente quello che fa male. Denuda uno scrittore, indicagli tutte le sue cicatrici e saprà raccontarti la storia di ciascuna di esse, anche della più piccola. E dalle più grandi avrai romanzi, non amnesie. Un briciolo di talento è un buon sostegno, se si vuol diventare scrittori, ma l’unico autentico requisito è la capacità di ricordare la storia di ciascuna cicatrice.” Cosa pensi della scrittura? Cosa ti spinge a scrivere e cosa provi quando finalmente hai finito il tuo romanzo?

Penso che la scrittura sia una forma d’arte molto sottovalutata. Oggi giorno si preferisce guardare un film perché la storia si sviluppa al massimo in tre ore e i personaggi nella maggior parte dei casi non hanno spessore. Un libro, indifferentemente dal genere e dalla trama, richiederà sicuramente un impegno maggiore.

Alla domanda “Cosa ti spinge a scrivere?” mi viene da rispondere con un’altra domanda:

“Cosa ti spinge a respirare?” La riposta è la stessa. Smettere per me equivale a morire. Per quanto mi riguarda l’emozione che provo quando finalmente ho finito di scrivere un romanzo è la nostalgia, la stessa che si prova alla fine di un libro che ci ha coinvolto particolarmente.

Il tema centrale del tuo romanzo è lo scontro tra il bene e il male, Cassandra ha una visione molto lucida e critica della religione, qual’è la tua posizione al riguardo?

Il mio romanzo ruota intorno alle debolezze umane. Lo scontro tra il bene e il male è un pretesto per parlarne, altrimenti ne sarebbe uscito fuori un saggio, tra l’altro noioso.

Sull’argomento della religione io sono neutrale. Anche perché secondo me è un argomento dal quale non se ne esce vivi. Ognuno ha le sue idea, ma le idee sono il risultato di un percorso di vita e cambiano a seconda della storia di ognuno di noi, ciò rende il tutto discutibile. Quindi? Siamo difronte a un cane che si morde la coda.

La società americana da te descritta, cosi bigotta e apparentemente candida, somiglia a quella italiana per certi versi. Abbiamo le chiese piene ogni domenica, processioni di santi e festività comandante ma poi per le strade circola molta droga, molto alcool e nelle palestre e negli sport molto doping. Il confronto tra realtà ostentata e realtà manifesta è stridente, quale può essere il ruolo degli scrittori, delle letteratura e delle loro opere nel combattere tutto questo? O nel denunciarlo?

La società da me descritta è quella “umana”.  Non penso che nel resto del mondo non ci siano chiese piene di gente ogni domenica, festività o altro. Così come girano droga, alcool, il doping. Non sono cose che esistono solo in Italia. Poi ogni scrittore ovviamente ambienta le proprie storie dove preferisce. Io di solito preferisco l’America perché ho più familiarità con la loro cultura. Comunque restano scelte personali. Combattere e denunciare sono due verbi che mi fanno sorridere. Se avessi voluto combattere avrei fatto il soldato, se avessi voluto denunciare avrei fatto probabilmente il giornalista. Se ho deciso di fare lo scrittore è perché a me piace raccontare storie che potranno anche attingere dalla realtà, ma di fatto sono storie. 

Quali progetti hai per il futuro? Pensi di continuare la tua avventura tra demoni, spettri e mostri oppure preferisci tornare tra le stelle inseguendo viaggi spaziali e mondi alieni?

I miei progetti futuri sono pubblicare tutti i manoscritti che ho nel cassetto. Alcuni sono di genere fantasy altri invece fantascienza e poi c’è la trilogia della “Terza Galassia” che è molto avventurosa. La definirei una space-fantasy, è sicuramente una lettura per un target giovane, ma può tranquillamente essere letta da chiunque è in cerca di uno svago.


I FIGLI DELL’OMBRA di Cassandra Green

Opera prima di una scrittrice di Civitavecchia, il romanzo conta 415 pagine che a dire il vero, forse, sono troppe. I primi sei capitoli sono dedicati all’introduzione della comunità di Whitesouls, tipica cittadina delle provincia americana in cui tutti sono profondamente cristiani, devoti e onesti per poi perdersi nei vizi più turpi. A dispetto di quanto potrebbe sembrare il romanzo è abbastanza originale per appartenere a un filone cosi sfruttato, la quantità di spazio dedicata all’introduzione dei personaggi, se non altro, li delinea compiutamente dando al lettore la possibilità non di immaginarli quanto di visualizzarli. Ma entriamo nel vivo del romanzo, come detto Whitesouls è una piccola cittadina della provincia USA, che possiamo immaginare si collochi nel Massachusetts visto che viene spesso accostata a Boston, sconvolta nel corso della sua storia da due fatti di sangue riconducibili al cinema anni 80 post esorcista. Per farla breve nel primo caso un prete satanista ha prima ucciso e poi si è cibato delle carni di alcune vergini e, anni dopo, in seguito a un incidente molto grave che ne causò un cambio di personalità un giovane membro della comunità massacrò la propria famiglia. Si cade nell’ovvio e forse nell’eccesso di splatter, l’immagine del prete satanista cannibale mi fa pensare ai film horror di serie B mentre il giovane che cade vittima del male e uccide tutti è un cliché più anni 90 tuttavia l’autrice sfoggia una capacità non comune: sorprendere.

Vi chiederete come sia possibile se ho scritto che il libro è troppo lungo, che la trama è scontata, che i riferimenti sono dei film di serie B. È possibile quando si è molto bravi. La Green costruisce dei dialoghi estremamente efficaci che definire dinamici è poco, scorrendo le pagine sembra di camminare per le strade di Whitesouls insieme a Cassandra o di dire le prime parolacce oscene con la bocca di Aleesha, negli eccessi religiosi di Euphemia si può ritrovare tutta la rigidità di certuni fedeli, come pure l’entusiasmo per le vittorie della squadra di pallanuoto porti i tifosi a non voler vedere lo spudorato uso di doping da parte degli atleti.

La Green fa del buon pane con una ricetta antica, mescola uno stile moderno a una tradizione romanzesca datata e lo sa fare. Dal capitolo 7 le cose cominciamo a muoversi, nella cittadina arriva una nuova famiglia con tre figli maschi, sono di Boston e ovviamente hanno un background culturale ben diverso da quello dei “campagnoli” ma i tre sono molto di più di quello che sembrano.

I nuovi venuti s’insinuano nelle pieghe di Whitesouls come acqua piovana tra le crepe delle rocce, spingono Nolan a mangiare, Aleesha a fare sesso, convincono Coline a tradire il suo fidanzato.

Ma sarà tutta colpa loro? Per come la Green pone la questione si tratta dell’eterno scontro tra il bene e il male con il secondo che corrompe trascinando verso il caos la società ma in verità cosa vieta di supporre che tutto quello che accade a Whitesouls non sia solo la manifestazione della natura umana? Che in fin dei conti sesso, droga, alcool e omicidi non siano nella natura umana? Che i tre Bailey piuttosto che entità maligne non siano null’altro che il lato oscuro di ognuno di noi? Gabriel Garcia Marquez sosteneva che tutti quanti abbiamo una vita pubblica, una privata e una segreta. Forse i Bailey non sono altro che ciò che serviva perché gli abitanti di Whitesouls dessero sfogo ai più oscuri recessi delle loro debolezze? Dei loro vizi? Nel capitolo 19 Coline rivela a Sam che i fratelli Bailey vogliono solo aiutarli a essere se stessi. In fondo nei personaggi del romanzo riscontriamo una personificazione dei sette peccati capitali, dalla lussuria alla rabbia passando per la gola che possa essere un romanzo psicologico? Che lasci porte aperte a più interpretazioni? Che si possa rimanere col dubbio se il diavolo ci sia oppure questi sia solo una proiezione della nostra natura? La risposta è no.  Il romanzo della Green finisce con l’immancabile scontro tra bene e male, con i demoni da una parte, gli angeli dall’altra e la protagonista, Cassandra, nel mezzo. Il romanzo non è male, a parte un solo errore (nel romanzo si parla di euro quando essendo ambientato in USA dovrebbero essere dollari) la scrittura è buona, la storia scorre bene, c’è un discreto effetto sliding doors quando si passa da una personaggio all’altro e alla sua vicenda personale ma a parte questo, che comunque non è poco, nulla di nuovo sotto al sole ed è un peccato. Un peccato perché la Green non è affatto male ma forse si è ispirata troppo alle serie TV made in USA o ai romanzi d’oltreoceano e viene spontaneo chiedersi perché ambientarlo in America? Perché non sviluppare l trama facendola aderire alla società italiana? Immagino al Green scrivere qualcosa di simile aggiungendo l’aspetto dell’omosessualità ma non per aggiungere pepe ma per quanto questa sia tata vista per secoli, ed anche ora, come un peccato, una colpa e un’espressione del male. La mia mente torna a Chiara Palazzolo, indimenticata e indimenticabile maestra dell’horror italiano che ci ha lasciati troppo presto e alla Green consiglio vivamente di leggere almeno “Ti porterò nel sangue”.

Scoprirà che una storia per essere potente non ha bisogno di essere per forza farcita di nomi yankee o ambientata negli USA e si renderà conto che non ancora tutto è stato scritto o detto nel genere horror, che c’è ancora molto spazio per inventare, innovare e rinnovare.

Il romanzo non è bocciato e tanto meno l’autrice ma dalla Green mi aspetto e pretendo molto di più, per molti scrivere è un sogno che si realizza, pubblicare una vittoria, magari si scrive per hobby ma è giunto il momento che gli autori si ficchino bene in testa che non basta avere talento se non si unisce allo stesso un lavoro meticoloso, che “autore” o “scrittore” è qualcosa che richiede professionalità e non approssimazione ed entusiasmo.

L’acquisto del libro è consigliato ma non lo definirei necessario ne immancabile piuttosto una lettura da affrontare senza troppe pretese o aspettative, è un romanzo del suo genere.

La Green invece consiglio di seguirla, il primo romanzo è sempre un banco di prova, io stesso rileggendo le mie opere spesso le brucerei per cancellarne ogni traccia, ma aldilà di questo c’è del potenziale, l’autrice può e deve fare di meglio, può e deve osare, uscire dai cliché del genere rompendo gli schemi non limitandosi a confezionare un prodotto buono perché segue la ricetta. 

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