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Una macelleria sociale chiamata fitness

Apprendo che, per commemorare una persona morta per il folle abuso di anabolizzanti, è stata organizzata una competizione tecnicamente riservata ad atleti dopati oltre ogni limite. In pratica come se,
per commemorare qualcuno morto a causa di una folle corsa contromano in autostrada, si fosse organizzata una gara clandestina di auto in tangenziale. Il vincitore è stato un vero campione o solo il
prossimo a cui dedicare un memorial?

Più passa il tempo e meno mi riconosco in questo modo di intendere il fitness, faccio proprio fatica a comprendere cosa accada anche a livello amatoriale lì dove, almeno per assonanza, dovrebbe esserci
l’amore per una disciplina.

Sportivamente parlando sono nato e cresciuto all’interno di una piccola palestra di una minuta cittadina. Una palestra in senso stretto, dove non mancava lo spirito di gruppo e il desiderio di aggregazione,
ma il punto fondamentale era la voglia di applicarsi in modo deciso in una determinata disciplina sportiva. C’erano gli eventi agonistici, e ne prendevo parte, non hanno mai sfornato campioni di livello
internazionale ma erano comunque adeguati a fornire la giusta celebrità. Quella che basta in un microcosmo tardo adolescenziale, risultati insufficienti a essere un numero uno, ma sufficienti per sentirsi tali.

Non voglio fare il nostalgico, ma l’imprinting ricevuto è di un certo tipo, ed è difficile scrollarsi di dosso una simile esperienza, almeno quanto lo è cercare di comprenderla se non si ha avuto la fortuna
di viverla. A oltre vent’anni di distanza mi trovo sempre più spiazzato dal dilagante desiderio di apparire che diviene non solo l’unico elemento attrattivo, ma al quale si è disposti a immolare ogni cosa.

Il fitness è divenuto un’industria, il concetto di associazioni sportive resiste solo per i vantaggi fiscali, di fatto vere associazioni ce ne sono sempre meno, e le grandi catene del fitness sono poco più
che centri commerciali in cui si mettono nel carrello i propri desideri e si procede verso la cassa. Se di associazionismo non si può parlare, il connotato sportivo è analogo al livello culinario di un fastfood.

Ripenso ai miei istruttori e a come rappresentavano dei modelli da seguire, forse idealizzati, di sicuro preoccupati di dare il buon esempio anche al di fuori della palestra. Difficile paragonarli ai soggetti
in divisa che si possono incontrare oggi nelle catene del fitness, tutti con lo stesso sorriso di plastica, la stessa tonalità nell’abbronzatura, la stessa superficie corporea tatuata, e la stessa ossessiva premura
nel cercare di far iscrivere ogni potenziale cliente.

Niente a che fare con quelli che erano i gestori degli impianti sportivi (che in alcune piccole realtà resistono ancora) conoscitori di ogni angolo della palestra e di ogni iscritto. Quasi sempre ex agonisti,
con storie ed esperienze a metà strada tra il mito e la realtà, un carisma che da solo bastava a richiamare nuovi iscritti. Oggi abbiamo i fitness manager, spaesati di fronte a richieste un po’ diverse dalle 10
domande più comuni sulle quali sono stati formati prima di andare a mietere iscritti.

Il vero colpo al cuore è rappresentato dal popolo dei modelli e delle modelle che hanno sostituito coloro che un tempo erano gli iscritti in palestra. Non più persone con lo spirito di confrontarsi e migliorare
la prestazione atletica, ma solo ansiosi di mostrarsi e di apparire e se basta (o bastasse) una pillola per poter esibire un fisico scultoreo, al diavolo le sessioni di allenamento e i rigori alimentari, ben venga la
pillola, anzi… meglio prenderne due che qui non c’è tempo da perdere!

Una fauna bizzarra che giunge in palestra trascinando un trolley, agghindati di tutto punto, in alcuni casi incuranti di un aspetto ridicolo, con occhiali da sole avvolgenti attraverso i quali osservare ed elemosinare
lo sguardo degli altri, il centro fitness non come luogo per ritrovare la forma fisica, ma dove avere un pubblico per la propria passerella.

Dall’altra parte sono comparsi i frustrati cronici, quelli che non provano a migliorarsi, quelli che in palestra si accontentano di essersi iscritti, e tra una serie e l’altra alla gluteus machine si limitano a invidiare
l’altrui aspetto estetico. Alcune volte i due gruppi finiscono quasi per parlarsi. Quasi. Perché il primo gruppo gode solo dell’idea di sentirsi desiderato ed osservato e il secondo scambia il bisogno di venerazione per
un’accondiscendente simpatia.

Ai fini del marketing questo va benissimo anzi, se si aggiunge la straordinaria intuizione di far pagare non solo coloro i quali frequentano l’impianto sportivo, ma perfino chi ambisce a lavorarci dentro, il quadro è
completo. Di fitness non c’è nemmeno l’ombra, ma tutto il resto è presente.

Il benessere è sempre più virtuale, lo si respira in astratto, lo si intuisce, ma raramente lo si persegue, ed eventualmente i consigli dell’amico dopato sembrano più interessanti di quelli di un bravo istruttore.

Il desiderio origina dalla conoscenza, aver conosciuto un mondo diverso, non senza difetti beninteso, aumenta la nostalgia e il rammarico o, più semplicemente, come tutti quelli che invecchiano anche io cerco rifugio
in quel che è stato. Se così fosse chiedo venia, me ne scuso, ho compiuto 40 anni da pochi giorni e per me è la prima volta.

Editoriale apparso sul numero 09 della rivista Scienza e Movimento,
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2017-01-10T11:52:31Z

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